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Fabio CARTA
Arma Infero - Il Mastro di Forgia

Arma Infero - Il Mastro di Forgia
SINOSSI
Tra le dune di cenere radioattive, la tragedia di un intero pianeta è già consumata. Seduto tra esse un vecchio si domanda come s’è potuti arrivare a tale follia e ripercorre i ricordi di una vita, la sua vita, spesa al fianco del protagonista proprio di quella guerra apocalittica: Lakon. Karan ne è stato amico e compagno d’arme, sempre al suo fianco, e ora ne è il biografo, di colui che è ricordato come il Mastro di Forgia, Lakon il Martire Tiranno, l’unico che fu in grado di riaccendere le antiche energie che covavano inutilizzate negli zodion come nelle antiche macchine, retaggio incompreso e incomprensibile dell’arcana civiltà coloniale dei patriarchi. Forte di questo suo talento, Lakon poté, da umilissimo prigioniero di guerra, in breve assurgere al rango di cavaliere di zodion, combattendo in prima linea in battaglie storiche, come quella di Bastian, primo e tragico atto di una piccola guerra civile destinata ad innescare il più vasto conflitto planetario. Condottiero vittorioso, in seguito egli avrebbe avuto anche l’onore di comandare una mistica ricerca di ulteriori tecnologie, perdute oppure gelosamente custodite chissà dove come sacre reliquie, lungo le strade della Falange, il regno violento e pericoloso tra le aspre rocce dei calanchi, ove le gesta del Mastro di Forgia si svolsero. Ma dove sono ora le tracce di tanta gloria? Nelle dune di cenere, poiché: “Cenere, non c’è che cenere su Muareb”.
PRIMO CAPITOLO
Cenere, non c’è che cenere su Muareb. Delle polveri che vorticavano sulle dure distese dei calanchi, brune e dorate, ocra e rosse fin alle sfumature vermiglie e cremisi, non è rimasto nulla se non un monocorde grigio; dei granelli cristallini sfavillanti sulle dune di sabbia attorno ai mari, ebbene non c’è più traccia. C’è solo cenere, fitta e omogenea, soffice o raggrumata, ovunque una distesa a perdita d’occhio. Delle nuvole rapide lassù nel cielo alto non se ne vedono da decenni, tanto che i giovani non sanno cosa siano se non grazie ai racconti dei vecchi, uomini resi deformi dalle mutazioni, accecati dai lampi della guerra, pazzi ormai tenuti in pochissima considerazione. Pazzi, sì: ma chi può biasimarli? Poiché su quelle loro teste calve e grinzose è caduto un giorno il cielo stesso, poveri testimoni dell’apocalisse. Nuvole rapide, dunque, ma dove sono? Quegli stessi giovani ridono ora scioccamente del nome poetico del vecchio cielo inquieto che ormai non esiste più; e poiché nemmeno sanno immaginarlo non credono sia mai esistito. Perché il vento che spingeva le nuvole è cessato, esso non muove più nulla, non sferza più gli uomini coraggiosi venuti dalle stelle che hanno vissuto e resistito con ostinazione e risolutezza in quella terra inospitale, plasmandola e domandone l’aspra natura, affinché l’orgogliosa umanità potesse prosperare anche lì, in quella fossa riarsa che sarebbe divenuta la sua ennesima nuova casa; nel roccioso e antico emisfero nord del pianeta, dal tempestoso polo ai picchi montuosi dell’equatore: il duro suolo del fiero Muareb il Vecchio. Un suolo ora ricoperto di cenere. E il cielo, ah quello; senza venti, è anch’esso grigio come la cenere che lo soffoca. Il bagliore a sud non è più visibile, il riverbero della lava che una volta eternamente eruttava dalle cime in continua crescita dei vulcani, là nel plastico emisfero sud: Muareb il Giovane non illumina più il cielo del meriggio. La gelida cenere ha soffocato ogni suo focolaio; ed esso resta grigio come il cielo, e la terra resta morta. Poichè il cuore di Muareb è ormai freddo, spento. Ucciso dal Bombardamento, ucciso dalla guerra che si narra fu combattuta da metaumani e umani, una tremenda lotta tra connessi e dispersi, tra la sincrasi delle stelle e l’isolamento di Muareb, tra la Falange e Gordia. Una lotta totale, spietata e fratricida, che ha visto versare solo il sangue dei figli di Sol, fratelli contro fratelli, tutti in egual modo discendenti della stessa schiatta, l’umanità, il seme gettato nello spazio dal loro lontano pianeta d’origine: la Terra, lontana anni luce da Muareb. E anche se Muareb ha saputo un tempo accogliere la vita dell’uomo, se anche esso ha tentato, ebbene esso non è mai stato al pari della Terra, ché anche prima della sua morte non è mai somigliato affatto alla culla dell’umanità. Muareb era ed è un piccolo pianeta, un pianeta minore, un nano nel suo sistema tanto da non avere nemmeno la dominanza nella sua lunga orbita – che si completa in quasi due anni - così piena di rocce e asteroidi planetesimali che gli vagano pericolosamente dappresso; coloro che giunsero per primi sostenevano che un altro, gigantesco pianeta gassoso orbitasse al di là della stella primaria del sistema, un invisibile fratello maggiore fatto di vapore e gas, un titano al paragone di quel piccolo, denso pianeta roccioso perso nelle nubi di asteroidi. Ma cosa importa? Muareb, vivo o morto, non è la Terra. Non lo è mai stato. Il suo giorno è ancora troppo veloce così come lo è la rotazione sul suo asse; e la bianca stella primaria del suo sistema, Mu-Arae, immensa eppure lontanissima, sorge e tramonta per ben due volte nel tempo in cui l’invitto Sol scandisce la giornata antropica sulla Terra. E Mu-Arae, remoto altare di luce, non brilla come Sol; pallido e disperso dalle nubi, il suo diafano albore giunge da troppo lontano per scaldare come si converrebbe al mammifero uomo quel piccolo, triste mondo senza stagioni. Ed è per questo che nessuno ha mai dato troppa attenzione all’algida Mu-Arae, nessuno ha mai tributato divini onori alla sua luce lontana e diffusa; poiché se prima dell’apocalisse essa era solita spostarsi rapida in un cielo indifferente, nascosta da schiere di nembi fulminei carichi d’acqua, lassù in alto nella troposfera, ebbene ora che tutto è compiuto il remoto astro continua a viaggiare recando seco una luce opalescente che illumina a stento le distese di cenere. E così, seppellita dall’omogeneo, plumbeo grigiore del cielo bassissimo, la primaria è spettatrice lontana e distratta dell’agonia dell’uomo; e sempre indifferente al circadiano suo bisogno, continua a sorgere e tramontare troppo velocemente. Per questo nessuno ama e mai ha amato Mu-Arae; d’altronde i suoi raggi di luce, freddi, pallidi e distanti-  tanto che stentano a colorare le nuvole - ora avvelenano ciò che resta della stirpe dell’uomo. Muareb, tristo pianeta, invero. Non c’è nessun satellite, nessuna bianca Luna a illuminare le sue notti veloci; una bassa cintura d’asteroidi, al di là delle nubi, orbita intorno al pianeta, ma la roccia carbonica non brilla, non risplende. Immenso e buio cimitero di mille battaglie, un anello minerale di morte e gelo. Nulla ha mai fatto brillare le nuvole rapide di ieri se non i lampi della guerra; e negli sterminati cumuli nel cielo di oggi, grigi cirri portano solo cenere, e veleno. Prima ho parlato di dune e di mari, ma non c’è il mare blu su Muareb. I grandi laghi salati che costellavano i deserti cristallini, le grandi oasi nella sabbia, una volta inquieti e splendenti specchi d’acqua, sono lentamente scomparsi o ridotti a misere pozze di fango radioattivo. Già all’indomani della catastrofe, infatti, la terra squassata di Muareb ha reclamato quel poco d’acqua marcia rimasta, sottraendola all’industria dell’uomo; sicché ciò che prima dava ossigeno e dissetava ora corrode e avvelena, e sprofonda sempre più giù, nei recessi inaccessibili del nero, freddo nucleo del pianeta. Non c’è il confortante azzurro del cielo su Muareb, né ci fu prima, quando ancora le nuvole perlate fuggendo a nord maculavano un’atmosfera ambrata dall’alito polveroso dei deserti; né c’è ora, dove una sepolcrale volta d’ardesia incombe su tutto. Non c’è l’azzurro del cielo, o il blu del mare, come non c’è verde, niente erba su Muareb, chè in effetti non c’è mai stata veramente. I vecchi deformati dalle radiazioni, gli stessi irrisi che blaterano di nuvole rapide, proprio quelli che ancora portano sul corpo i segni delle ustioni delle atomiche, raccontano di giardini e serre, pieni di piante portate dalla Terra, ma anche di una mitica era in cui della vegetazione aveva timidamente provato ad attecchire fuori dalle serre, all’aperto, nel fertile terreno vulcanico del sud, oppure sulle sponde dei mari e nei giardini dei magnati. L’erba miracolosa aveva stentato, aveva sì sofferto, ma infine aveva fiorito; tutto ovviamente prima della guerra. Eppoi solo cenere. Non c’è vita animale su Muareb, se non l’uomo; vi è stato un tempo in cui esistettero rare colonie di piccoli e insignificanti microrganismi autoctoni, ma sono stati annientati perché ritenute nocive per l’uomo, abituato com’è dalla notte dei tempi a considerarsi la razza privilegiata di tutto l’universo; e in questa sua accecante presunzione egli non ha voluto portare con sé altre forme di vita dalla ricchissima biosfera della Terra. Niente buoi o mucche, maiali, pecore o galline, cani o gatti, pesci o uccelli; niente. Solo un animale, creato sul posto nei portentosi laboratori degli antichi scienziati pionieri, per far compagnia e assieme alleviare le dure condizioni di vita su Muareb. Non ebbe mai bisogno di greggi il novello colono, si dice, poiché il bestiame al tempo non si allevava, ma si coltivava come le piante, e la carne era il prezioso frutto offerto all’appetito insaziabile della specie padrona del cosmo; e pensare che di tutte le migliaia di forme di vite che ospitava la Terra, non restano ora che ricordi, sussurri di racconti incantati. Ma soprattutto Muareb non è la Terra perché Muareb non ha un’aria che possa far respirare gli uomini. Non che prima della guerra fosse diverso, ma la sua atmosfera non era mai stata velenosa come ora, satura di ceneri radioattiva, anche se pur sempre incapace di soddisfare le esigenze dei nuovi padroni del pianeta venuti dalle stelle. Cosicché, davanti al problema di quell’aria asfissiante e diradata, l’ingegnosa vanità dell’uomo colonizzatore aveva voluto renderla più densa per adeguare quantomeno la pressione alla sua biologia; solo dopo la superbia dell’uomo guerreggiante l’ha resa anche tossica. Era difficile vivere e prosperare su Muareb, ma fu fatto, dai grandi pionieri del passato e dai loro discendenti; ma ora non c’è nulla sulla faccia del pianeta che faccia pensare all’esistenza della casa dell’uomo. Non ci sono più i dedali delle città sotterranee, i grandi plessi di cupole geodetiche, le metropoli costellate di svettanti torri e piramidi. Non ci sono più le fabbriche che orbitavano nello spazio, né le ferrovie che tagliavano trasversalmente l’emisfero dal polo all’equatore. Non ci sono strade, non ci sono veicoli. I terremoti hanno sgretolato anche le macerie, i detriti bruciati dal fuoco. C’è solo cenere. Una vasta sterminata distesa di grigia, impalpabile cenere radioattiva. E un vecchio, seduto al centro di essa.   Ha indosso una malconcia tuta ambientale, con sopra ben visibile una grossa catena di metallo scuro e ossidato, che dal collo gli avvolge il torace e pende stancamente sotto le ascelle: è una catena rituale, poiché il vecchio non è che un questuante, un pellegrino in viaggio verso il santuario di Lakon. Se ne sta da solo, seduto, appoggiato al suo bordone; mentre poco distante da lui, dietro una grande roccia, molta gente del nord, una folla accalcata in una piccola, fatiscente geodetica seminterrata, ascolta le parole di un predicatore. E lui, il vecchio, incurante se ne sta in disparte nella cenere; eppure le parole, le grida fanatiche che voleva evitare lo raggiungono anche lì. Echi salmodiati, scoppi di isteria, fanatismo e ignoranza. Tutti come lui hanno appena superato l’esame a cui lo sciamano dei Gog li ha sottoposti e adesso gioiscono, fomentati dal loro capo fanatico. In lontananza si intravedono le sagome degli esclusi che vengono allontanati anche a forza; alcuni di loro sono deformi e storpi, visibilmente inadatti alla  prova finale del Trono, altri invece sono normalissimi nell’aspetto, ma mutati dentro. Poco di umano resta in loro. Il vecchio è così assorto dai suoi malinconici pensieri che non si accorge di un uomo che gli si è avvicinato fino a quando l’altoparlante della sua tuta non gracchia riproducendo la voce dal tono scortese del tizio, che gli chiede se è stato esaminato. Il vecchio sussulta per la sorpresa e fa per alzarsi aggrappandosi al bastone, ma non ha più il vigore del guerriero di un tempo e vacilla, cadendo nuovamente nella cenere, con la catena che sferraglia. È come terrorizzato dalla presenza dell’individuo e si sbriga ad annuire; lo ha riconosciuto, è uno dei caporali dei Gog, un tirapiedi degli sciamani, uno di quelli che trascinano via a forza gli esclusi, uno di quelli che battono i pellegrini che non dimostrano abbastanza entusiasmo, uno di quelli che si arricchiscono con le offerte estorte ai fedeli. «Sei sicuro di aver superato la prova? Sembri molto vecchio e per nulla in buona salute. Mostrami la mano!» Il vecchio obbedisce: si sfila un guanto e mostra al tipo le ferite del prelievo al polso, i tagli penitenziali sul dorso e, soprattutto, la piccola scarificazione che attesta il superamento della prova con il massimo risultato. Questo sembra stupire il caporale che per un momento pare perdere tutta la sua arroganza, ma l’attimo dura poco. «Sistemati il cilicio, vecchio» lo apostrofa, strattonandolo per la catena; eppoi, sempre con sussiego e accentando ogni sillaba: «Questuante! Sei troppo vecchio per poter accedere nella grazia della Mente fossi anche un purosangue. Lakon non sa che farsene di una carcassa come te.» A questa frase l’orgoglio del vecchio pare riaccendersi, perché sa che il caporale mente. Non c’è nulla che la sincrasi uranica pretenda dagli uomini se non i loro ricordi, la grande Mente delle stelle non brama carne e materia, ma solo informazione, esperienza, conoscenza. Ella pensa e vive di pensieri. Lui sa di non poter offrire la potenzialità di ragionamento di una mente giovane, ma può dare il ricordo di tutta la sua vita. E così facendo, rendere quel ricordo immortale. «Ma una lauta offerta potrebbe aiutare la tua causa e indurre il benevolo Lakon ad accoglierti.» Anche adesso, come molte altre volte prima, il vecchio si sottomette all’estorsione e posa sulla mano del caporale due piastre esagonali. «Gli hexa della Falange non hanno più alcun valore. È così misera la tua fede, vecchio?» Lui lo supplica di accettarli, come altri hanno già fatto prima di lui; gli spiega che in alcuni mercati al nord gli hexa sono ancora validi e lì può barattarli, lo invita a riflettere sull’uso che potrebbe fare della grafite con cui sono fatte le piastre, ma viene zittito dal grugnito di stizza del caporale che lo trascina verso la geodetica. E mentre si chiude alle spalle la porta esterna della camera d’equilibrio, l’uomo getta nella cenere le monete di quella che fu la più grande nazione di Muareb, monete forgiate dal popolo che dal plesso coloniale di Higgs, l’antica Yazan, volle portare la guerra alla grande Gordia, monete che avevano consentito la creazione di un esercito tra le cui fila lo stesso Lakon aveva militato. La Falange! Così si chiamava quella nazione benedetta dallo stesso Lakon quando ancora cavalcava il suo zodion da guerra, solcando i calanchi di Muareb il Vecchio. Ma ormai erano in pochi a ricordarsi di essa e di quei tempi gloriosi, e quell’ignorante boreano getta nella cenere ciò che dovrebbe venerare come una reliquia. “L’ignoranza peggiore è quella che ignora se stessa” pensa il vecchio, nel tentativo di acquietarsi mentre tira a sé la porta per entrare nella geodetica, l’aria fetida ma respirabile che lo investe come uno schiaffo. Deve calmarsi se vuole arrivare fino dinanzi al Trono di Lakon, e la maniera più sicura di attraversare le distese di cenere di Muareb in quei tempi è quella di aggregarsi ai pellegrini, poiché in nessun altro modo, se non come questuante, gli sarebbe consentito l’accesso al suo altare. Entra dunque nella geodetica, ma appena entrato la vista del predicatore, un lurido barbaro Gog, un predone boreano agghindato a festa e impaludato con ridicoli paramenti sacri dal significato confuso, assiso al centro di una folla di ragazzi che beve le sue deliranti parole, ebbene quella vista lo scuote oltre ogni capacità di autocontrollo. E l’antico orgoglio che ancora alberga in lui si agita nuovamente. «Ricordate ragazzi, ricordatelo sempre» farnetica lo sciamano Gog. «Poiché la scienza dei dispersi ha portato il nostro pianeta alla rovina. Ma non per le armi, no! Non per le bombe di pietra che hanno spento Muareb il Giovane e coperto Muareb il Vecchio di cenere venefica, no! La scienza dei dispersi ha rovinato noi tutti perché ha peccato di presunzione, indagando su tutto ciò di divino c’è nelle stelle, tentando di comprendere il pensiero della grande Mente, convinti loro di poter fare a meno di lei! E la colpa del loro peccato è ricaduta sui loro discendenti, su di voi; e vi ha allontanato dalla luce e vi ha condannato a soffrire e penare nella solitudine della vostra piccola mente umana, sorretta solo dalla speranza di potersi, un giorno, riunire alla grande madre delle stelle. Alla santa e benedetta ecumene uranica di Lakon.» A ogni pausa del borioso Gog il vecchio sussulta dalla rabbia mentre la folla esulta, infervorata, ma sa anche che ciò che lo ierofante dice non è poi così lontano dalla verità; ché anche lui, dopo una vita trascorsa ad affermare il contrario, anzi votata ostinatamente a dimostrarlo, anche lui ora considera la dispersione un male, l’individualità un limite, un vincolo, una finzione di finta libertà. E anche lui vive e ha vissuto gli ultimi trenta anni della sua vita sorretto dalla speranza di potersi, un giorno - tra breve - ricongiungersi agli altri e dissolvere sia la sua coscienza che la sua pena nella vastità delle stelle. «Lo dicono i libri sacri!» grida lo sciamano. «E dopo una spietata analisi dell’indiscernibile, agli eruditi della dispersione non è rimasto più nulla di quanto prima era e doveva rimanere sacro. Ma essi hanno sezionato in singole parti l’inscindibile, hanno disperso il loro sapere in vane speculazioni, e che altro potevano fare! Latori di menzogne che recavano l’illusione della prevedibilità, della sicurezza, della verità, ma che dividevano, disperdevano ancor di più il loro animo che vagava nella solitudine. E nel fare ciò hanno perso di vista l’insieme, al punto che risulta persino stupefacente una simile cecità. «Ma c’è ancora speranza figli miei, per voi tutti. Poiché anche chi ha rinnegato o chi, come voi, sta facendo ammenda della colpa ereditata dai padri, chiunque nella sua intima essenza è fatto a immagine di Lakon, nato per l’unione con il nucleo ardente della connessione. E chiunque, anche se ha combattuto la verità, anche se il veleno delle bombe ha stravolto le sue membra, tutti quanti rimaniamo fatti a immagine e somiglianza del grande Martire Tiranno, giacché fino a oggi né la sapienza dei tronfi dispersi né il loro ardore hanno saputo creare per l’uomo un’immagine più elevata e più degna di quella indicataci dalla via che porta alla Mente delle stelle.» Il vecchio ascolta le parole e ripensa al malo modo con cui i caporali dello sciamano allontanavano gli scartati dalla prova, ma non sorride sarcastico davanti a tanta, sfacciata ipocrisia, ma digrigna i denti mentre sfila il casco della tuta. «I peccatori che hanno deviato dalla vera natura umana della vita nella connessione, quella che fu in origine qui su Muareb, hanno ora l’occasione di ricongiungersi e porre fine al loro blasfemo stato di disconnessi, di dispersi. Quando questa santa processione giungerà infine alla propria meta, vedrete con i vostri occhi i resti della profonda ferita sulla superficie da cui è esalato l’ultimo respiro del pianeta, il nero abisso su cui l’ira di Lakon si è infine abbattuta. Ma in tale tenebra, prima di partire per le stelle, il grande Martire Tiranno ha impresso il suo sigillo benedetto, ha lasciato un suo segno, monito e insieme invito, l’ultima speranza per voi peccatori. Sapete di cosa parlo?» Il vecchio scuote la testa, impercettibilmente. Volta poi lo sguardo a destra e a sinistra, non riesce proprio a calmarsi e lo spettacolo di quelle facce sporche dagli occhi sgranati, con le bocche spalancate da cui escono sospiri di ammirazione, lo irrita oltre ogni misura. Tutti sanno cosa li attende alla fine del pellegrinaggio, sono stati tutti quanti fin troppo bene indottrinati, immersi quotidianamente in simili deliranti liturgie, eppure restano ancora con il fiato sospeso, in attesa di quanto ha da dire loro lo sciamano, aspettano, come ogni giorno, la rivelazione. «Il Trono di Lakon !» E la geodetica esplode nuovamente in grida. Alcuni crollano a terra, sopraffatti dall’emozione, altri cominciano a salmodiare in vernacoli incomprensibili, in preda a una repentina estasi mistica. «Ma saranno ammessi a sedere sul suo scranno benedetto solo i più meritevoli, saranno ammessi a sfiorare i suoi ricchi ornamenti d’oro solo i più puri, saranno in grado di resistere all’abbacinante bellezza della nostra più sacra reliquia solo i più fedeli tra di voi peccatori. Il vostro sangue è puro, lo so. Io stesso vi ho esaminato poco fa. Ma il vostro cuore lo è? Siete all’altezza di prostrarvi davanti all’immensità della coscienza siderale di Lakon il Terribile, il divino Martire Tiranno e implorarlo di accettare l’olocausto della vostra infausta vita umana?» Tutti nella sala, tranne il vecchio, sembrano unirsi in un’implorazione rivolta al cielo: c’è chi cade in ginocchio, chi piange, chi parla con convinzione rivolgendosi alla cupola annerita del tetto, intenzionato a persuaderla delle proprie qualità. Il vecchio guarda: sono tutti poco più che ragazzi. Bambini in corpi di uomo, con in volto la prima barba ribelle sfrontatamente ostentata e piccole donne, mortificate in un abbigliamento volto a farle somigliare quanto più possibile ai loro coetanei maschi. Sono mesi e mesi che viaggiano insieme, eppure non ha mai avuto modo di parlare veramente con nessuno di loro. Essi lo evitano come se fosse infetto: lui è un questuante, un’eccezione alla regola che vuole i pellegrini giovani e puri, un vecchio, una carcassa; forse è uno di quelli che coscientemente ha voluto allontanarsi dalla connessione – pazzo eretico! - e in questo hanno ragione. Il vecchio sa che nessuno in quella sala, a cominciare proprio dallo sciamano, ha ben presente cosa significhi la connessione. Vaga con lo sguardo e cerca in quella moltitudine di facce le motivazioni che l’hanno spinta a quel lungo, estenuante pellegrinaggio. In alcuni vede una rabbia smodata, di chi ha la pretesa che gli venga riconosciuto un diritto fino a quel momento violato, a prescindere di cosa comporti veramente l’esercizio di quel diritto. “La connessione mi spetta” così è stato insegnato loro fin da quando erano bambini; “e pretendo  di averla”. Altri hanno chiari in volto i segni della bramosia del cambiamento, così comune in ragazzi di quell’età. Non importa come, non importa il mezzo, ma solo il cambiamento, ora e subito. “Non finirò come mio padre” dicono quei volti. “Non diventerò come mia madre”. Nelle facce dei tipi all’apparenza più vigorosi, invece, quelli che per intenderci ora brandiscono il pugno verso il cielo, che abbaiano aggressivi, il vecchio vede una miope brama di potere. Pensano alla connessione in maniera strumentale, limitata. Pensano ad essa relativamente alla propria vita di adesso, alla propria comunità, al proprio mondo; credono di poter un giorno far ritorno a casa e mostrarsi ai conoscenti nel loro fulgente splendore di connessi. Vogliono vendetta per la miseria che hanno patito, vogliono il potere su quei miserabili che pretendevano di incatenarli, di mortificarli a vita. “Vi farò vedere io, pezzenti, chi sono” dicono quei latrati di rabbia mista a paura. “Tornerò e vedrete”. E poi, nella maggior parte dei volti e soprattutto in quelli di molte ragazze, di quelle però non impegnate a somigliare ai maschi, in quegli occhi ingenui ma severi il vecchio vede una sconfinata speranza e una devozione che lo preoccupano più di tutto. Perché nella connessione non c’è modo che possano esprimersi quelle loro buone intenzioni, tutti quei buoni sentimenti che tanto convinto fervore dimostrano. La virtù di tutti quei nobili cuori è condannata, il vecchio lo sa benissimo, a diluirsi in un mare sconfinato di tentativi, di esperienze, di ricordi e di considerazioni comuni in cui non esiste il metro della morale o dell’etica, ma solo quella dell’utile, del funzionale, del verificato, dell’astrattamente preveduto e dello scientificamente provato. Il tutto schiacciato in una rete in cui un essere umano, quell’immenso e contraddittorio scrigno di emozioni, pensieri e ricordi, è solo un piccolo ingranaggio automatico, un neurone che pensa senza sapere di pensare insieme a miliardi di altri inconsapevoli come lui, all’interno di un’infinita rete neurale che genera, lei sì, i suoi pensieri, che desidera, che vive. Nell’individuo, di questo il vecchio ne è certo, alberga il vizio come la virtù, il male come il bene, l’uno reazione complementare dell’altro, fratelli inconcepibili separatamente e che traggono valore dalla forza reciproca. Ma nel nulla morale della connessione non v’è spazio per la bontà individuale. Il vecchio sa, dopo anni di dolorosa riflessione nell’eremitaggio, che questo non è che il giudizio di una mente piccola e limitata – la sua – e che per giudicare il comportamento della Mente collettiva bisognerebbe essere un ente cognitivo del suo livello: in fondo un bambino non può giudicare un adulto, pensare un dio! Il vecchio sa che la morale dell’uomo individuale non è che uno strumento per rendere duraturo e funzionale il gruppo sociale, renderlo vivibile e ordinato, e per questo viene insegnata fin da piccoli come verità assoluta, al punto che il singolo, crescendo, non possa vivere se non seguendo quelle regole o violandole, consapevolmente o meno. E il vecchio sa anche che quella morale dei dispersi è sempre stata un modo per rendere coerenti e omogenei gli intenti di milioni di animali pensanti vincolati a una comunicazione sociale primitiva, fatta di suoni e gesti, scritti e altri manufatti e che l’esistenza nella Mente, che con la connessione non ha più avuto tale limite da moltissimo tempo, non necessita neanche della morale. Perché ogni momento nella vita della grande Mente delle stelle è libertà assoluta, svincolata dal passato e non ingenuamente legata al futuro se non dai risultati: niente paura né sogni, nessun dolore e nessun bisogno. Solo un incessante desiderio di conoscenza. Non vi sono regole nella Mente se non il pensiero da essa stessa prodotto, ora e qui. Come un dio, ella risponde solo a se stessa: nessuna regola. In essa tutto è concesso. Parlare a sproposito di peccato e salvazione, del bene e del male quindi, come fa lo stregone Gog, è quanto mai inappropriato, anzi, per il vecchio, è stupido al limite della sopportazione. Pur nella consapevolezza di ciò, il vecchio non può non guardare con compassione i sentimenti per la gran parte sinceri che quella folla esprime e provare un vago senso di malinconia, se non di pietà. «La dispersione è il male!» grida lo sciamano. È vero, pensa il vecchio, ma la connessione, amorale per definizione, non può essere il bene. «Nell’animo del disperso alberga il germe del male» ripete il Gog. Sì, riflette il vecchio, ma nella connessione non c’è spazio per il bene, non può esservi. «La Mente delle stelle non produce un solo pensiero improntato al bene, poiché ella è fatta di soli pensieri utili» finisce col scappargli a voce tanto alta da essere udibile a molti. Alcuni pellegrini tra quelli che hanno udito le parole del vecchio lo guardano prima con stupore, poi con sdegno appena lo riconoscono come questuante. Per fuggire lo sprezzo il vecchio fissa gli occhi neri di una ragazza tra quelle che tanta impressione hanno prodotto in lui, occhi grandi e scintillanti di entusiasmo, e le sorride come a volersi giustificare non curandosi dello sciamano, la cui attenzione è stata attirata dalle sue parole.  «Fratello questuante che dici? Non vi è dunque il bene nella sincrasi cosmica? Non è dal male della dispersione che tu stai fuggendo attraverso le pianure di cenere? Non è verso la luce del Trono di Lakon che punta il tuo sguardo speranzoso, non è al suo orecchio che si volge la tua supplica?» Il vecchio viene bruscamente invitato da alcuni pellegrini a rispondere e a rendere conto dell’apparente bestemmia proferita; e c’è chi nel farlo lo strattona per la catena, chi lo scansa e si allontana e chi già lo fissa con odio, pronto ad aggredirlo. «Mi ricordo di te, fratello» prosegue il Gog. «Non ho mai visto un sangue puro come il tuo, eppure il tuo corpo porta visibili i segni di mille battaglie. E proprio tu, che potresti narrare a questi ragazzi di com’era Muareb il Vecchio quando ancora il santo Lakon vi camminava, proprio tu avanzi dubbi sulla bontà della sua altissima casa?» Il vecchio non vuole rispondere, non è partito dal suo eremo al nord per rivaleggiare con un predicatore fanatico davanti ai suoi fedeli. Lui vuole solo giungere davanti al Trono di Lakon e provare, come tutti, a collegarsi alla rete cognitiva interstellare e diventare così un metauomo prima che il suo vecchio corpo ceda. Rimane quindi immobile e muto, circondato dall’ostilità palpabile di tutti i vicini, incapace di recitare ancora la parte del vecchio sottomesso e mansueto, in preda ormai a un orgoglio per troppo tempo represso. Per sbloccare la situazione che può sfociare da un momento all’altro in un linciaggio, tanto facilmente una folla eccitata può passare dall’entusiasmo alla cieca violenza, lo sciamano invita il vecchio accanto a sé, cosa che avviene infine solo grazie alle spinte di un caporale intervenuto appositamente per allontanare il vecchio dal resto dei pellegrini. «La dispersione è il male dunque?» lo incalza lo sciamano. «È una disfunzionalità sistemica, uno spreco di potenzialità e di energie» risponde infine enigmaticamente il vecchio. «È un male, certo, ma non il male assoluto.» «Non desideri un universo dominato dalla Mente, senza più dispersione?» «Non può esservi connessione senza dispersione. Essa è l’origine stessa della connessione ed è una tappa obbligata di molti processi della cognizione collettiva: è endemica alla Mente. Ella lo sa, e per questo sa che non va distrutta, ma solo controllata e contenuta. E amata.» Lo sciamano tentenna davanti all’improvvisa lucidità delle parole del vecchio. «E chi la controlla?» Molti pellegrini intervengono indicando proprio nello sciamano il compito ulteriore di questo controllo: chi se non gli appartenenti alla casta degli araldi della Mente possono debellare e mettere in quarantena il morbo dell’individuo? Il Gog però è consapevole dei propri limiti e non bada loro, non si appoggia alla loro celebrazione per condurre la lotta dialettica col vecchio da una posizione di vantaggio, anzi sembra sinceramente interessato all’inaspettata erudizione del suo interlocutore. Al che altri pellegrini, istintivamente, gridano il nome del loro redentore, unica soluzione a ogni problema. «Lakon! Lakon!» «Lakon» fa eco loro il vecchio. «Una coscienza tra i miliardi di miliardi nell’immenso ente cognitivo galattico, destatasi e definitasi appena venne strappata dalla sincrasi; un uomo, un metauomo disperso tra i dispersi, capace di mantenere però anche nella sconnessione la purezza e l’anelito alla perduta Mente; tuttavia un mero algoritmo emergenziale, minoritario nella vastità della sincrasi uranica, eppure capace da solo di individuare la dispersione e di opporsi ad essa. E alfine di dominarla.» «Chi ti ha detto questo?» chiede lo sciamano, avido di quel prezioso sapere, ma il vecchio non risponde. «Lakon vaga nella Mente siderale come e quando vuole, l’ha sempre fatto e sempre lo farà. E perché dunque non torna su Muareb, perché non si incarna in uno di questi validi corpi di pellegrini e pone fine all’agonia di questa gente spezzata da questo pianeta ormai morto? Perché non ci accoglie tutti con lui nella benedizione della Mente?» insiste lo stregone Gog, che pare volersi convincere da solo di quel che sostiene, più per se stesso che per l’utilità del suo numeroso uditorio. «Lakon è il Martire Tiranno, soffre della sua libertà e della sua dispersione resa ancor più insopportabile se vissuta immersa nella quotidiana sincrasi gestaltica della rete cognitiva metaumana; egli domina il tutto essendo il solo a concepire la realtà con la mente di un uomo disperso. Lui può sognare e desiderare cose che la Mente non vede e non può vedere; lui e solo lui può condurla là dove l’utile e il raziocinio non la porterebbe mai. Lui ha vissuto la dispersione come tutti noi, l’ha abbracciata abbandonando la connessione per il bene collettivo, per permettere ai nuclei metaumani di continuare a vivere nella pace della connessione, per rimanere lui solo vigile a ogni accenno di dispersione capace di compromettere il funzionamento della Mente collettiva. È per questo che domina tutto, ma è anche per questo che soffre, come e molto più di tutti noi dispersi.» «Lode al Martire Tiranno!» grida istintivamente lo sciamano e subito lo imita tutta la sala. Ma dopo un attimo di religioso silenzio, seguito spontaneamente alle grida, da più parti viene chiesto al vecchio come faccia a sapere tutte quelle cose. «Sei anche tu uno sciamano?» gli chiede preoccupato il Gog. «Il grande Lakon ti è forse apparso in sogno o in una visione? Capita molto spesso ai puri di sangue come te, in quanto predestinati alla connessione con il Trono.» «Io ho avuto una visione! Io sarò accettato nella sincrasi uranica, non quel vecchio!» grida qualcuno. «No, Lakon non mi ha detto tutto questo in una visione o in un sogno» si decide infine a parlare il vecchio. «Ma tanti anni fa me lo ha detto di persona.» Un silenzio irreale cala nella sala con la velocità con cui l’interruttore disattiva i diffusori audio nel casco di una tuta ambientale; nello stupore del momento a nessuno tra i pellegrini, nemmeno ai più veementi fedeli, viene in mente di contestare la vertiginosa grandezza di quella rivelazione. «Ma tu chi sei, fratello, come ti chiami?» osa infine chiedergli lo sciamano con un filo di voce. «Mi chiamo Karan» a quelle parole, il vecchio – Karan – sente in sé il sollievo di un peso che scivola via dalle spalle e ogni muscolo del suo corpo, prima contratto dal livore e dalla frustrazione, ora si distende in una postura nobile e fiera, che ostenta con orgoglio il suo vero essere. «Se hai conosciuto Lakon vivente, sei forse tu colui che viene ricordato come l’apostata?» chiede con un filo di voce lo sciamano, ormai definitivamente adombrato dalla rinnovata statura del vecchio questuante. Questi però non bada alle sue insinuazioni e declama nuovamente, con voce stentorea, il suo nome e la sua natura. «Sono Karan, già Karasja di Ganesha oasi di Zoshima, rinato figlio dei calanchi, maniscalco della cavalleria coloniale di Dragan, eroe della Cerca del Pagan, ulano volante e maestro di lancia dell’Arconte designato Silen» il vecchio si ferma, godendosi lo stupore degli astanti che non possono capire, come lui, il valore di quelle parole, di quei titoli una volta di così gran valore; e prosegue: «Shaitan dei cavalcadiavoli di Mogheran, paladino del Re della Falange e primo tra i pari del dunbar di Lakon, il Martire Tiranno, io che sono stato al fianco del santo condottiero della grande guerra prima contro Zoshima eppoi contro Gordia, per la conquista dello spazio. Suo fidato compagno d’arme, suo consigliere, suo amico.» Tutti i pellegrini, i caporali presenti, lo sciamano, ogni uomo o donna nella sala in quel momento resta immobile. Colui che ha avuto l’onore e la benedizione di parlare, di toccare e di combattere fianco a fianco al loro messia è lì davanti, che prende posto su di una sedia che un caporale gli porge con deferenza mentre si spoglia del pesante cilicio da questuante. Il rumore della catena che si avvolge sul pavimento rimbalza sul tetto concavo, e gli scribi accorrono per registrare ogni parola di quel sant’uomo, le matite che fremono pronte a vergare la verità. «E ora, fratelli, lasciate che vi narri di quei tempi, in cui le nuvole correvano rapide sopra gli aspri calanchi e di quando Lakon combatté per noi.»  

Specifiche

  • Prezzo: 1,99 €
  • Pagine:: 650
  • Anno pubblicazione: 2015
  • ISBN: 9788894002157

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