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Massimiliano Morescalchi
Come piante nella sabbia

Come piante nella sabbia
SINOSSI

Sulla spiaggia del litorale pisano si incrociano le vite sommerse e talvolta disperate di Babacar, immigrato che non vede la sua terra e la sua famiglia da più di cinque anni, Tommaso, adolescente chiuso in sé stesso e vincolato a un futuro dorato scritto per lui dal padre notaio, il Vecchio e Salvatore, due pescatori guidati da pochi ma imprescindibili principi morali. Tra questi personaggi nascerà prepotente un’amicizia che mostrerà loro la necessità di continuare a vivere anche quando la ragione sembrerebbe suggerire il contrario, perché il senso della nostra esistenza si rivela a noi sotto forma di piccoli piaceri quotidiani amplificati dal sentimento che proviamo per le persone che ci amano. Il racconto delle loro vite è attraversato da un binario di diverso registro, costituito dal dialogo tra il narratore e il mare, che si raccontano vicendevolmente delle storie volte a cercare di comprendere il significato più profondo della Vita e delle esistenze di ogni essere vivente. Tra queste storie, il racconto del naufragio dell’Utile nel 1761 e la lotta per la sopravvivenza dell’equipaggio insieme al suo carico, 160 schiavi comprati illegalmente dal capitano. L’isola su cui naufragano è la piccolissima Isola di Tromelin. Il racconto delle vite di due artisti ebrei nel ghetto di Terezinestadt vuole poi evidenziare la potenza dell’arte e della poesia, della bellezza e della dignità di fronte all’orrore dell’odio umano

PRIMO CAPITOLO

Stefania guardò suo figlio. Che cosa le era sfuggito? Come aveva fatto a diventare grande sotto i suoi occhi senza che lei lo vedesse? Dov’era finito il suo bambino? Che cosa gli era successo? Da quanto non si parlavano più?

«Tommaso… sei gay?»

La domanda era stata appena sussurrata, ma investì Tommaso come una potente onda sonora. Si tolse gli occhiali e fissò sua madre con gli occhi venati di sangue. Stefania non voleva formularla in quel modo. Avrebbe voluto che suo figlio si confidasse con lei, che la considerasse una fonte di conforto, un’ancora a cui aggrapparsi. Invece le era uscita brutale. E, peggio ancora, non aveva potuto evitare di abbassare la voce fino a sussurrare. Non era riuscita a nascondere la propria vergogna. Nel silenzio che seguì, davanti al figlio che la guardava come se fosse stata un’aguzzina nazista, Stefania continuava a ripetersi «Ho veramente detto Tommaso sei gay?»

«E se anche fosse?» rispose Tommaso con tono di sfida.

La madre distolse lo sguardo dal figlio. Non voleva che vedesse l’espressione di dolore e sofferenza che era comparsa dopo quella risposta. Attilio lo temeva già da tempo, ma lei non aveva mai voluto dargli credito. Dentro di sé, però, forse lo aveva sempre saputo.

«Perché non ce ne hai mai parlato?» chiese Stefania quando fu sicura che la voce non le si incrinasse.

«Mamma, sono anni che non parliamo più. Di niente. Sono anni che la mia vita vi scorre accanto senza che voi vi accorgiate di quello che mi succede, di che cosa sono diventato, di che cosa penso, cosa provo, cosa mi piacerebbe fare nella vita! Siete concentrati a farvi la guerra del silenzio, a ignorarvi per farvi del male, a urlarvi addosso solo per una cazzo di cotoletta! Con chi dovrei parlare, io? E di che cosa? Pensi di avere il diritto che tuo figlio si confidi con te, che ti parli di tutto ciò che prova solo perché sei la madre biologica? Beh, non funziona così! Che razza di domanda è, quella che mi hai fatto? Perché non mi hai chiesto, piuttosto, se sono felice? Se ho bisogno di qualcosa? Se sono soddisfatto della vita che sto facendo? Se ho una minima idea di quello che ho intenzione di farne?»

Tommaso si era sfogato con un tono di voce decisamente alto, tanto che i bagnanti degli ombrelloni vicini si erano voltati dalla sua parte per cercare di capire il motivo della discussione. Un bel litigio e la giornata prende una piega vivace e colorata.

«Parla piano, Tommaso!» sibilò tra i denti Stefania. «Vuoi far sapere a tutti i fatti nostri?»

«Cosa c’è, ti vergogni di tuo figlio? Vuoi tenermi nascosto per non creare scandalo? La “perfetta” famiglia Bonelli, inserita nella società “bene” di Bergamo, che all’improvviso si trova al centro di un’indecenza, un figlio frocio, una checca, un finocchio, quasi peggio che se si venisse a sapere, che so, che l’integerrimo notaio Attilio Bonelli si scopa l’amante nel suo studio con la connivenza di colleghi e segretarie…»

Lo schiaffo lo raggiunse rapido e improvviso. Violento, sulle labbra. «Basta!»

Ora anche Stefania aveva gridato istericamente. I Bonelli erano riusciti ad attirare l’attenzione di tutti gli ombrelloni vicini. Le voci attorno a loro si erano zittite, generando un silenzio irreale in un luogo che vive di rumori e ciance. Stefania si pentì immediatamente del proprio gesto di stizza, chiedendosi quanto di quella conversazione gli avvoltoi avessero carpito. Sapeva che si sarebbero gettati sulla loro carcassa. Avrebbero avuto da parlare per settimane. Sperava che almeno non avessero inteso la parte riguardante l’omosessualità del figlio. Ma ci credeva poco.

Tommaso si lisciava il labbro inferiore, che sanguinava leggermente dopo essere stato colpito dalla fede nuziale di Stefania. Non si aspettava questa reazione da parte della madre, ma in un certo senso ne era contento. Almeno era una reazione. Mostrava che c’era ancora vita in lei. Finalmente si interessava a qualcosa che non fosse la salvezza delle galline allevate in batteria o degli agnelli massacrati a Pasqua. «All’improvviso ti interessa così tanto quello che faccio? Ne sono onorato!» infierì.

Stefania si mordeva convulsamente le unghie, osservando angosciata e con le lacrime agli occhi i bagnanti che li spiavano facendo finta di leggere il giornale o di guardarsi i piedi coperti di sabbia. Qualcuno aveva cominciato a parlare a bassa voce, indicandoli di soppiatto con gli occhi e con le dita, per poi zittirsi non appena lo sguardo della donna si posava su di loro.

Quando finalmente Stefania non riuscì più a trattenere il pianto e si coprì il volto con le mani tentando di soffocare i singhiozzi, Tommaso fu invaso dalla compassione. Aveva passato gli ultimi anni della sua vita pensando quanto fosse malata sua madre, ossessionata e ossessionante, e quanto fosse difficile, per non dire impossibile, vivere con lei. Ma non si era mai veramente fermato a pensare alla sua infelicità, alla sua fragilità, al suo malessere. Com’è che lo chiamava quel poeta maledetto? Lo “spleen”. Aveva pensato arrogantemente che fosse solo un suo diritto godersi il proprio male di vivere e crogiolarsi nell’autocommiserazione. Il pianto disperato di sua madre lo investì dolcemente di una tenerezza che non provava da molto tempo. Che forse non aveva mai provato. Si rese conto di amare sua madre. Nonostante tutto. Attese che il pianto si placasse per tornare nuovamente a rivolgerle la parola.

«Mamma, vorrei che tu venissi in un posto con me.»

Stefania guardò il figlio attraverso il velo delle lacrime. La richiesta l’aveva stupita. «Ora?»

«Sì, ora.»

Tirò su con il naso e cercò un fazzoletto nella borsa appesa alla sdraio. Si soffiò il naso prima di chiedere: «E dove vuoi che andiamo?»

«Voglio farti vedere una spiaggia. È diversa da tutte le altre. Così facciamo anche una passeggiata e diamo la possibilità a questa povera gente di sparlare un po’ di noi senza dover stare attenti se li stiamo guardando.»

A Stefania scappò un sorriso. «E Ginevra?»

«Sta giocando con Alice. Chiedi alla sua mamma se la può guardare per un po’.»

Così madre e figlio fecero una cosa che non facevano da anni: passeggiarono insieme, uno accanto all’altra. In silenzio, guardando i propri piedi che entravano e uscivano dall’acqua bassa. Tommaso resistette all’impulso di portare con sé le cuffie. Preferì ascoltare la colonna sonora dei loro passi che frangevano le onde basse, con il sottofondo delle grida, delle corse, dei richiami, delle risate che intorno a loro si moltiplicavano. Di nuovo ebbe la sensazione di attraversare un quadro, una “natura viva”, nel quale lui e sua madre erano soltanto due delle tante macchie di colore che componevano l’insieme. Erano solo due piccoli dettagli in mezzo ad altre centinaia di dettagli. Erano il particolare, non il soggetto.

Durante quella passeggiata Tommaso sentì finalmente una leggerezza che non ricordava di aver mai posseduto. Era riuscito a parlare a sua madre. Beh, parlare… in realtà le aveva sputato contro il suo disagio, l’aveva scossa fino a farle uscire il boccone avvelenato sotto forma di lacrime. In effetti, non le aveva neanche detto la verità. Ma continuavano a venirgli alla mente le parole di una canzone di Daniele Silvestri: “La verità non paga mai, anzi negli altri mette sempre agitazione”.

Un sorriso sornione gli si allargò sul viso. Aveva appena deciso che avrebbe cominciato a far agitare qualcuno. Avrebbe volentieri pagato per conoscere i pensieri di sua madre in quel momento. Ma preferì continuare a camminare al suo fianco in silenzio.

«Ok, siamo praticamente arrivati» disse infine Tommaso. «È la prossima spiaggia.»

«Ma che cos’ha di così speciale? A me sembrano tutte uguali queste spiagge…»

«No, questa è diversa.»

Tommaso condusse sua madre alla spiaggia dell’Istituto. Lasciò che Stefania si guardasse intorno, che scoprisse da sola di che luogo si trattava, che osservasse i bambini, le persone che gli stavano intorno e se ne prendevano cura. Che scrutasse la gamma dei sentimenti umani scolpita nei volti di quelle persone: il dolore e la gioia, l’angoscia e la serenità, il tormento e la pace. Erano uomini e donne che avevano deciso di vivere, nonostante tutto. E di farlo con dignità. “Chi non conosce dignità, non può nemmeno percepire umiliazione” (ancora la voce di Silvestri che non voleva abbandonarlo!).

«Perché mi hai portato qui?» chiese Stefania, la voce incrinata, di nuovo vicina al pianto.

«Perché questo è il posto dove mi sono sentito meglio in tutta la mia vita. Perché quei bambini hanno problemi molto più importanti che decidere quali studi intraprendere, quale orientamento sessuale sia giusto o sbagliato, a quale estrazione sociale appartenga chi gli sta davanti o quanti soldi possegga. Eppure, cercano di godere della vita. Si godono il mare, la sabbia, le attenzioni di chi li ama, i momenti in cui si sentono bene. Forse prima di scendere in spiaggia hanno dovuto fare sedute di terapia dolorose, faticose, magari umilianti. Ma sono qua e mordono la vita, la succhiano avidamente. Qui vengo quasi tutti i giorni, e mi sento bene. Non devo fingere. Ho conosciuto molti bambini con handicap più o meno gravi, ho conosciuto molte persone che se ne occupano, che li amano. Non solo genitori o parenti, anche volontari. Persone che stanno bene con loro, che non gli regalano pena o compassione ma rispetto, tempo, attenzioni. E ne sono ampiamente ripagati. La prima volta che sono stato qua lo sai che cosa ho fatto?»

Stefania lo guardò negli occhi.

«Che cosa hai fatto?»

«Ho pianto, mamma. Ho pianto davanti a un bambino e allo zio che stava giocando con lui. Ho pianto a dirotto. Ma non ho pianto solo per loro. Ho pianto soprattutto per me, perché li guardavo e li invidiavo. Incredibile, no? Io che invidio bambini disabili o malati. Mi sono sentito in colpa per questo. Ma ho avvertito l’amore che li circondava. Certo, anche il dolore. Ma ho desiderato di sentirmi amato come loro. E sai che cosa ha fatto lo zio di quel bambino quando mi ha visto piangere a dirotto?»

Stefania non ce la faceva a parlare. Si limitò a scuotere la testa reprimendo il pianto.

«Si è avvicinato a me e mi ha abbracciato.»

Ora il volto di Stefania tradiva anche il suo stupore.

«Sì, anch’io ho avuto la stessa sensazione di meraviglia. Quell’uomo, che neanche mi conosceva e che stava accudendo suo nipote, mi ha abbracciato forte. E mi ha tenuto stretto mentre io continuavo a piangere convulsamente tutte le lacrime che avevo in corpo. E incredibilmente mi sono sentito bene. Mi sono sentito a casa come a casa non mi sento mai. Mi sono sentito accettato, compreso, rispettato. E quando ho smesso di piangere, mi ha presentato tutte queste persone, in mezzo alle quali non mi sono sentito affatto a disagio. Eppure, avevo frignato come un maialino davanti a tutti loro. In circostanze normali mi sarei vergognato a morte. In mezzo a loro no. È come se queste persone mi avessero catapultato in una dimensione diversa, una dimensione finalmente giusta. È come se le lacrime versate in quell’abbraccio mi avessero depurato da anni di silenzi, paure, ossessioni. Lo capisci, mamma?»

Stefania guardò suo figlio.

«Tommaso, la faresti una cosa per la tua mamma?»

«Dimmi.»

«Posso provare anch’io quell’abbraccio? Abbracceresti tua madre mentre piange?»

Non ci fu bisogno di risposta. Tommaso abbracciò sua madre e lasciò che piangesse dentro quell’abbraccio.

 

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