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Michele Rocchetta
Extrema Ratio

Extrema Ratio
SINOSSI

Luglio 1944 l’operazione Valchiria ha avuto successo ponendo fine alla guerra prima che gli alleati arrivassero nel cuore della Germania nazista. Hitler è morto, Mussolini è fuggito. Un’Europa neutrale si frappone ai due grandi protagonisti della guerra fredda: USA e URSS. L’Italia è divisa in due. A sud i Savoia, a nord la Repubblica Federale dell’Alta Italia, nata dalla lotta partigiana. La missione di Scandellari e Leconte per uccidere il Duce, però, è fallita e l’Europa deve affrontare la sfida di una nuova guerra. Ancora una volta il destino dei più è legato a una missione segreta che porta con sé il più grave dei dilemmi: cosa può essere sacrificato in nome della pace? Un gruppo di agenti in missione segreta, può interrompere la tragedia, ma il prezzo da pagare sarà alto.

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PRIMO CAPITOLO

Capitolo primo

Georges emerse dalla penombra del caffè del Turco nella luce accecante del pomeriggio rodiota e si avviò verso la taverna dove lo attendeva Gwenna. La donna sorrise.
− Com’è andata?
− Piuttosto bene, se si può dire così, trattandosi della notizia di una morte.
I due parlavano in bretone, la loro lingua madre, nella certezza di non essere compresi da orecchie indiscrete.
– Come ha reagito?
– Difficile dirlo quando si comunica solo tramite biglietti. Mi pare che l’abbia presa bene. Ma ho avuto la sensazione che sapesse già tutto.
– Le hai lasciato la borsa di Alberto?
Georges annuì, con un mezzo sorriso, – Me l’ha fatta mettere davanti alla sua scrivania. Poi mi ha congedato.
Gwenna si alzò, sistemò il vestito, infilò la borsetta sotto il braccio e calcò l’ampio cappello, prima di prendere a braccetto il marito e uscire dall’ombra del grande parasole della taverna. – Mi spiace da morire. Ma dobbiamo cercare di non pensarci più.
– Sai che è impossibile – disse l’uomo.
La ragazza annuì.
In silenzio, passeggiando, percorsero i vicoli della città vecchia di Rodi.
– Se ci fosse Alberto, te ne racconterebbe delle belle su questa città. Io, purtroppo, ci sono rimasto troppo poco tempo.
Georges e Gwenna stavano ammirando le linee esili del minareto della moschea di Pascià Rejep quando udirono una voce roca alle loro spalle, – Non voltatevi, non fate mosse brusche, state tranquilli e fate come vi dico. Non accadrà nulla di spiacevole.
Il francese era stentato e arrotolato sul cantilenante accento turco.
– Cosa vuoi da noi? Se sono i soldi, quello che cerchi… – Georges tentò di abbozzare un dialogo.
– Non mi interessano i tuoi soldi. Seguitemi. Fatelo senza storie e sarà tutto più facile. Hamed, Kadir, fate strada.
Dal cancello di un cortile uscirono due ragazzi che si avviarono facendo un cenno con la testa. I francesi, pungolati dalla presenza minacciosa alle spalle, si accodarono. Percorsero le stradine anguste del quartiere mussulmano, attraversarono cortili acciottolati dominati da eucalipti imponenti, entrarono e uscirono da numerose corti private finché non giunsero davanti a un vecchio furgone Mercedes male in arnese, probabilmente un residuato bellico.
– Salite dietro. Hamed e Kadir vi faranno compagnia. Non fate gesti stupidi, i ragazzi sono giovani ma già uomini veri.
Georges e Gwenna salirono sul cassone, seguiti dai due turchi, i quali calarono il pesante tendone cerato. Nessuno poteva scorgerli e loro non vedevano quale strada stessero percorrendo. Il motore gracchiò e il mezzo balzò in avanti. L’autista guidava con irruenza e la polvere che filtrava attraverso il telone lasciava intuire che si muovevano su una strada fuori città. Sedevano su panche di legno fissate alle fiancate del cassone. Gwenna taceva e cercava di non fissare i due custodi, i quali tenevano appoggiate in grembo un paio di P38.
– Sigaretta? – domandò Georges con un sorriso disarmante.
I due ragazzi si guardarono in volto, poi uno dei due fece un gesto affermativo.
– Ho il pacchetto nella tasca interna della giacca. Posso prenderlo io o preferite fare voi?
Kadir indicò al compagno di provvedere.
Il giovane si alzò e rintracciò le Gitanes, ne diede una a Georges, ne estrasse un paio per loro e rimise il pacchetto al suo posto. Kadir sfregò un fiammifero, accese la sigaretta del francese, poi la sua, quindi fece il gesto di avvicinarlo ad Hamed, per spegnerlo con un soffio e un sorriso davanti alla ritrosia del compagno. Allungò il pacchetto di zolfanelli al compagno e aspirò voluttuoso: – sono buone queste sigarette francesi.
Georges confermò. – Le migliori, secondo me. Hai iniziato a fumare con gli italiani, vero?
Kadir sorrise. – La guerra è finita che avevo due anni. Sono cresciuto dodecanesiaco. Ma gli italiani sono quasi tutti brava gente. Non posso dire lo stesso di tutti i tedeschi.
Georges sorrise – Capisco.
Fumarono in silenzio, scossi dai sobbalzi del camion che viaggiava col motore sempre fuori giri. La polvere si appoggiava ovunque, leggera come cipria. All’improvviso, il guidatore frenò e gridò un breve comando in turco.
Kadir sorrise ancora. – Dovete scendere. Il vostro viaggio finisce qui.
Georges sollevò perplesso un sopracciglio e aiutò Gwenna a saltare giù dal mezzo.
– Grazie per le sigarette, francese. A buon rendere! – Salutò Kadir, una volta che la coppia fu a terra.
Il camion ripartì, cigolando, prima ancora che la polvere della frenata si fosse depositata del tutto. Georges e Gwenna si trovavano al centro di un ampio spiazzo in terra battuta. Davanti a loro si apriva un golfo smeraldino, incastonato tra due promontori di rocce calcaree. Le aspre piante della macchia spezzavano l’ocra roccioso con stracci di verde cupo e cespugli sanguigni. Nel silenzio velato di vento intermittente, il lungo stridio degli uccelli marini, in volo stazionario sulle scogliere, arrivava distorto e ovattato. Georges si guardò attorno e scorse la sagoma di un uomo, all’ombra di una piccola macchia di cipressi. Un pope, seduto su una roccia levigata dall’uso, la schiena appoggiata al tronco rugoso di un cipresso, gli occhi chiusi in un’espressione di serafica tranquillità, fumava una pipa.
– Parla francese? – domandò Georges.
Il religioso aprì un occhio. Un’iride celeste illuminò l’intrico di rughe che avvolgeva il volto abbronzato. La barba era candida, appena macchiata di nicotina.
– Un po’, ma preferisco il greco o l’italiano.
– Perfetto. Saprebbe, per caso, dirci dove ci troviamo? – Riprese Georges in italiano.
– Non per caso, mio giovane amico. Nulla si sa per caso. Sì, saprei dirtelo.
L’uomo sbuffò una nuvola di fumo denso e fece per rimettersi a riposare.
Georges tossicchiò – Vorrebbe dircelo?
Il prete si raddrizzò e sollevò lo sguardo sui due francesi, quindi fece comparire tra la barba un sorriso accattivante –
Vorrei, certo. Ma non posso. Però posso offrirvi qualcosa da bere e un po’ d’ombra per ristorarvi.
– Come, non può dircelo? Ci stava aspettando? – Georges faticava a comunicare con l’uomo, mentre Gwenna non riusciva a seguire bene la conversazione per via della scarsa padronanza dell’italiano.
– Non forse. Vi stavo aspettando senz’altro. Cosa credete, che sia un bel passatempo stare sdraiati su una roccia rovente, di fianco a un catino di polvere, a questa ora?
Il pope si incamminò lungo un sentiero che si infilava dentro a una folta macchia di arbusti. Gwenna e Georges lo seguirono, a qualche metro di distanza.
– Ma chi è? – chiese la donna.
– Qualcuno d’accordo con i nostri rapitori. Anche se questo è il sequestro più sconclusionato che io abbia mai visto. Ha detto di seguirlo. Penso lo si possa fare senza pericolo.
– Ah! – esclamò il prete all’improvviso; poi, raccolta la veste polverosa, si lanciò in uno scatto goffo verso un enorme fico.
Dopo qualche minuto, tornò portando una decina di frutti succosi, raccolti nell’ampia sottana.
– Avrete respirato un sacco di polvere su quel camion. Mangiate qualche fico; vi pulirà la gola.
Così dicendo ne sbucciò uno e morse con avidità la polpa rubiconda.
– Sono buoni vero?
Il prete aveva un modo di condurre i discorsi che spiazzava i due agenti francesi. Senza attendere risposta il religioso riprese il cammino, sgranando un corto rosario. Avanzarono per un quarto d’ora, finché non uscirono dalla macchia di arbusti e svoltarono attorno a una grande roccia scolpita dal vento.
Si fermarono, stupefatti. In basso una stretta insenatura si incuneava tra le rocce come un piccolo fiordo. All’estremità sorgeva una candida costruzione dal tetto di tegole rosse. Attraccato a un breve molo oscillava un motoscafo entrobordo. Sul patio rivolto al mare, sotto un pergolato ancora privo di foglie, c’era un tavolo apparecchiato e qualche sdraio.
– La mia casa. Il mio rifugio. Il mio convento. Il paradiso. Venite! C’è vino fresco, frutta e dolci. Siete ospiti!
– È davvero un angolo di paradiso – disse Gwenna.
Il prete si precipitò giù per il sentiero, verso la grande casa e, arrivato prima di loro, si fermò sulla soglia, invitandoli a scendere con ampi gesti della mano.
Scesero perplessi, ma consapevoli di come essere ospiti, da quelle parti, fosse una buona garanzia.
Quando giunsero al patio il prete uscì con un cesto di dolcetti di mandorle, frutta e focacce. – Il vino arriva tra poco. Accomodatevi. Avete bisogno di rinfrescarvi? Dentro la porta, sulla destra, c’è un bagno. C’è anche il sapone!
I due ringraziarono ed entrarono in casa. Quando uscirono di nuovo sul patio videro che l’uomo era vicino al tavolino, impegnato a stappare una grossa bottiglia di vino.
– Si è messo in libertà. Ha messo camicia e pantaloni – sussurrò Gwenna.
Georges aggrottò la fronte, cercando di scrutare la silhouette del prete, che dava loro le spalle. Qualcosa non lo convinceva.
– La ringraziamo per la cortesia. – Gwenna si lanciò nel suo italiano stentato.
– Macché cortesia. È un piacere.
Georges si bloccò, pietrificato. Quella voce, e quella sagoma. Finalmente la bottiglia si aprì e l’uomo si voltò, sorrise e i baffi sottili assunsero quella piega ironica che Georges aveva imparato a conoscere bene.
– Alberto! – Esclamò.
– Ragazzi, benvenuti in paradiso – rispose Scandellari con una risata scoppiettante. Georges abbracciò l’amico con tale foga che quasi lo fece cadere.
– Attento. Se mi cade la bottiglia dovrò sorbirmi i rimproveri di Nikolaos per tutta la giornata.
– Dannazione a te, vecchia canaglia. Non posso crederci! Ma come? Quando? Perché? Insomma, che ci fai qui? – Georges era emozionato e sconcertato.
– Gwenna, non vieni ad abbracciarmi? Dovrò pure dare un bacio alla sposa! Coraggio! Non sono mica un fantasma. – Alberto aprì le braccia per accogliere in un abbraccio quasi paterno la ragazza che scoppiò a piangere e ridere allo stesso tempo.
– Ti pensavamo divorato dai granchi della Manica! Perché non ci hai fatto sapere prima che eri vivo? Per inciso: non siamo mica sposati.
– So che vi devo un sacco di spiegazioni, soprattutto per questi sette mesi di silenzio. Ma avevo ottimi motivi per comportarmi in questo modo.
– Come sempre – disse Georges.
– Adesso più che mai. Ma mangiate e bevete; questa sera siete miei ospiti. Ho già mandato a ritirare i vostri bagagli all’albergo.
I bicchieri colmi di vino bianco, forte e ghiacciato, si toccarono in un tintinnio che suggellava la riunione più di mille parole. Un rumore di motore annunciò la partenza del motoscafo: il prete, Nikolaos, lo pilotava facendo ampi gesti di saluto con la mano.
– Dove va? – domandò Gwenna.
– Torna a casa sua. Mica penserete che si possa vivere con un tipo del genere?
Bevvero e restarono qualche minuto in silenzio, godendosi il tepore del sole primaverile e l’aria tesa che arrivava dal mare. Georges accese una sigaretta, osservò il fumo azzurro diluirsi nell’aria e sospirò. – Allora?
Alberto aprì gli occhi e si voltò a guardare l’amico. – Sono contento di rivedervi tutti e due. La ferita di Gwenna sembrava piuttosto brutta; ero preoccupato. Come non siete sposati? La fede e tutto quanto?
– Copertura – spiegò il francese.
– La ferita fa ancora un po’ male quando cambia il tempo, ma è acqua passata. Tu come hai fatto a cavartela? – Gwenna lo incalzò.
– Quando vi siete allontanati con il battellino e siete usciti dalla visuale mi sono preparato a vendere cara la pelle. In realtà, per un attimo, ho valutato la possibilità di spararmi e farla finita. L’idea di essere catturato e torturato non mi piaceva affatto. Poi ho pensato che a spararmi facevo sempre a tempo e ho cominciato a ragionare. I repubblichini non erano ancora abbastanza vicini e le mine sul camion li avevano raffreddati parecchio. Ogni tanto sparavano verso la riva, ma avanzavano con cautela.
Alberto inforcò gli occhiali da sole e si versò altro vino; passò la bottiglia a Georges, che lo imitò.
– Mi sono mosso in fretta. Ho camminato lungo la spiaggia, con i piedi in acqua, cercando di produrre il minor numero possibile di tracce. Dopo qualche centinaio di metri ho intravisto la sagoma di un bunker insabbiato, in mezzo alla vegetazione costiera. Sono uscito dall’acqua e, cancellando le
impronte dei miei passi con il giubbotto, sono arrivato alla costruzione di cemento armato. La struttura era quasi del tutto interrata e solo una piccola fessura indicava la posizione dell’ingresso. Ho ampliato quell’apertura spingendo la sabbia verso l’interno, per non lasciare alcun segno. Appena possibile sono scivolato dentro e ho sigillato con cura l’entrata.
Bevve e attese un attimo.
– La camera di combattimento del bunker era quasi del tutto intasata di sabbia e ci si poteva muovere solo camminando carponi o strisciando. Dopo qualche metro lo spazio cominciò ad aumentare e potei spostarmi stando piegato. Mi rannicchiai in un angolo, con la pistola al fianco e cercai di medicarmi la ferita sulla schiena con il pacchetto di pronto soccorso. Non sapevo quante tracce avessi lasciato in giro. Non avevo idea di quanto quel bunker fosse conosciuto dai miei inseguitori. Insomma, non avevo cognizione se mi fossi infilato in un nascondiglio oppure in una trappola. Mi consolava il fatto che in fondo al caricatore, un ultimo colpo era sempre a mia disposizione. Controllavo di continuo l’orologio per sapere quando sarebbe sorto il sole. Alle sei del mattino capii di essermi infilato in un posto completamente chiuso. Non filtrava un solo raggio di luce. Avevo sentito per tutta la notte delle voci avvicinarsi e allontanarsi dal punto dove mi trovavo. Parlavano, urlavano, ma non riuscivo a capire cosa stessero dicendo. Credo anche di essermi addormentato, un paio di volte.
Georges allungò il pacchetto delle sigarette e Scandellari ne spiccò una.
– Il primo giorno passò senza che io avessi il coraggio anche solo di spostarmi dall’angolo in cui mi ero rintanato. Rimasi al buio più totale. Bevvi la piccola scorta d’acqua che avevamo in dotazione nel giubbotto e mangiai metà della barretta di cioccolato. Quando fu nuovamente notte mi decisi a esplorare il resto della struttura. Trovai un paio di stanze completamente vuote, poi una terza con un due brande sfondate. Dietro a una porta arrugginita scoprii un breve corridoio che portava a un magazzino. L’umidità e gli anni avevano reso inutilizzabile qualunque cosa, a parte alcune scatolette di carne marchiate con i punzoni della Wehrmacht e qualche bottiglia di succo di mele, prodotte nel 1944: primizie. In ogni caso mi sono sfamato. Avendo cura di medicare al meglio possibile la ferita, sono rimasto dentro quel buco per quasi una settimana.
– Una settimana dentro un bunker quasi interrato. Ma come hai fatto? – Gwenna era sbalordita.
– Non lo so nemmeno io. L’aria circolava. Dovevano esserci dei condotti ancora funzionanti. Stare sempre al buio era una tortura, ma continuavo a pensare a Norma. Georges te ne avrà parlato immagino.
– Per sommi capi.
– Insomma, dopo sei giorni mi sono deciso a uscire da quella tana di topi. Ricordo che le stelle mi pareva facessero una luce incredibile. Non avevo un piano preciso in testa. Volevo arrivare a Guersney e impossessarmi di un’imbarcazione. Ero abbastanza sicuro di poter rientrare sul continente, in qualche modo. Ho fatto un giro dalle parti di Base Aquila. Considerato che non si vedeva una sola luce mi sono avvicinato abbastanza da constatare che l’installazione era stata evacuata. Credo l’abbiano considerata bruciata e abbiano trasferito uomini e materiali in un posto più sicuro. In ogni caso, ho trovato dentro le palazzine deserte una certa quantità di vestiti e così ho potuto cambiarmi d’abito. In una officina ho trovato una bicicletta e con quella ho raggiunto Guersney.
All’alba mi sono recato al porto e ho studiato la situazione. Ho adocchiato la barca di una coppia un po’ attempata di danesi. Mi sono nascosto a bordo mentre loro erano a terra e, al loro ritorno, li ho costretti a prendere il largo e a sbarcarmi nei pressi di Cherbourg, dove sapevo di poter contare su un mio contatto personale. Poveretti, erano terrorizzati. Mi dispiace, ma non potevo fare diversamente. A Cherbourg, tramite alcune conoscenze, ho ottenuto un passaggio su un mercantile diretto ad Atene. Da lì a Rodi è stato facile.
– E adesso? – chiese Georges.
– Adesso mi godo una meritata inesistenza. Vivo qui e ogni tanto vado a Rodi città a far visita ai miei amici. Quasi tutti i fine settimana Norma viene qua. Più spesso mi fermo io a dormire al locale del Turco. Alla mia salute provvede Nikolaos, il prete, un transfuga di Creta. La polizia greca vorrebbe fargli alcune domande a proposito di persone scomparse durante la guerra, collaborazionisti.
– Domande scomode?
– Nikolaos dice che le domande non sono mai scomode, ma possono esserlo le risposte.
– Faccio fatica a pensare che quell’uomo possa aver ucciso delle persone – Gwenna sorseggiava il suo vino con calma.
– Nikolaos ti direbbe che era meglio che questo lavoro lo facesse lui, così da poter impartire l’estrema unzione ai malcapitati. Dice che gli faceva un favore: li spediva direttamente in Paradiso. Avresti dovuto vederlo, dopo la fine della guerra, durante la resistenza contro gli inglesi, con la Luger in pugno, guidare gli assalti. Una vera forza della natura.
– Pazzesco!
– Già – convenne Alberto. – E voi, cosa mi raccontate? Finto matrimonio a parte.
– Siamo in licenza – disse Georges. – Dopo tutti i viaggi che ho dovuto fare per tenere i collegamenti tra Reggio Emilia, Verona e Parigi, mi hanno concesso qualche giorno di riposo. Volevamo andare in ferie nella Repubblica dell’Alta Italia, ma la guerra ci ha sorpresi. Il Regno del Sud è stato molto più veloce di quanto immaginassimo. La ricomparsa improvvisa di Mussolini ha galvanizzato tutti i fascisti che erano rimasti nascosti dopo il ‘44. Il Duce si è portato dietro gli angloamericani come padrini e Umberto II è stato costretto a rimetterlo in sella: un boccone indigesto ma impossibile da rifiutare. Ad ogni modo la convivenza tra i due non è affatto semplice.
– Ho letto i giornali. Sono stati rapidi. La situazione è così brutta come la dipingono i cronisti?
– Sì, sono stati molto veloci e non escluderei che il nostro intervento a Guersney abbia contribuito ad accelerare la macchina degli interventisti. Mussolini ha minacciato rivolte di piazza per tornare al potere e appena arrivato al Governo ha fatto scoppiare la guerra, al grido dell’unità nazionale. Quanto alla situazione, è anche peggio. I fronti si sono stabilizzati durante l’inverno. I fattori positivi sono solo due: il primo è che, grazie alle nostre informazioni, i Servizi Segreti della Repubblica hanno potuto dare una ripulita ed eliminare la maggior parte degli infiltrati; il secondo è che Inglesi e Americani non hanno voluto o potuto intervenire apertamente nel conflitto. Ovviamente forniscono una grande quantità di materiali e armamenti al Regno del Sud, per non parlare dei Consiglieri Militari.
Alberto annuì, poi prese un dolcetto dal piatto.
– E delle Brigate Volontarie Internazionali, che mi dite?
Gwenna intervenne – Sono splendide! A quanto pare è gente che non si risparmia.
– Come sono organizzate?
– Vengono da ogni parte del mondo, così spesso formano brigate miste, se ilo numero degli uomini non è sufficiente a creare una unità di nazionalità omogenea; in questo modo è stata creata la Brigata Araba, che raccoglie combattenti siriani, persiani, libanesi, giordani e di altri paesi del Medio Oriente. Adesso combatte nella zona della Futa. Non so se hai letto della disfatta del lancio dei paracadutisti a Foligno, in dicembre? Bene. Tutto merito loro. Ma ci sono anche altre le brigate, come Tito, Termophili, Ticino, Don, Brennero, Cefalonia, Guernica, Nizza e Garibaldi.
– Garibaldi? – domandò Alberto.
– Sì, volontari Sudamericani.
– Come sono strutturate?
– Gli ufficiali inferiori e i sottufficiali sono stranieri, mentre i vertici sono composti da stati maggiori misti. A proposito, uno dei comandanti della guarnigione di Bologna è una tua vecchia conoscenza: Ercole Passarini. Sono stato ufficiale di collegamento tra il presidio militare bolognese e le Forze Armate Francesi. Passarini comanda la brigata Cefalonia, composta da veterani della guerra partigiana su tutti i fronti. Un’accozzaglia di duri. Non sarà facile per i soldati del Sud passare da Bologna.
– Bologna è in pericolo? – La voce di Scandellari aveva perso un po’ della sua fermezza.
– Le forniture che la Francia può offrire senza entrare direttamente nel conflitto, non sono illimitate. Il credito internazionale, soprattutto quello della Confederazione del Dodecaneso e dei Paesi Arabi, non è infinito. Se la Repubblica continua a rifiutare l’appoggio dell’Unione Sovietica, la situazione non potrà che peggiorare. Adesso le truppe del Sud si sono attestate sulla strettoia tra l’Adriatico e la Repubblica di San Marino. Da quelle parti si sono infilati in trincea. Ma tutti si attendono che il Sud Italia scateni un’offensiva in grande stile per la primavera. Anch’io sono di questa opinione.
Alberto fissava la tenue linea dell’orizzonte e i suoi occhi erano diventati lucidi, mentre ascoltava i racconti di Georges.
– Non c’è molto da fare, allora. Credo che, stando così le cose, l’esperienza repubblicana sia destinata a terminare in un bagno di sangue, con il ritorno dei Savoia. – L’italiano sospirò, – questo mi interessa poco, ormai. La mia parte l’ho già fatta.
– Non posso darti torto. Hai dato molto alla causa. – Georges spense la sua sigaretta, interrompendo con un gesto un discorso che sentiva non essere davvero chiuso.
Scandellari si alzò – Volete riposare? Ho preparato una stanza al primo piano. Ceneremo verso le nove, quando arriverà Norma. Non vuole mancare e desidera conoscervi.
– Sì, grazie. – accettò Gwenna.
– Salite le scale; la prima porta a destra.
– Io vado avanti. – La donna si alzò e scomparve dietro all’uscio di casa.
– Non la segui? – chiese Alberto.
– Non ho fretta.
Un uccello marino si precipitò in acqua, scomparendo completamente prima di riemergere e volare via, in una cascata di spruzzi.
– Come fai? – domandò Georges.
– A fare cosa?
– A rimanere qui, tranquillo, mentre tutto sta crollando. Mentre i tuoi compagni di un tempo sono piantati dentro al fango e tra le macerie. Come fai?
– Come dicevamo prima: ho già dato. E poi sono un caduto. Ricordi?
– Sì, ma non sei morto.
– È come se lo fossi. Sono vivo perché ci ho messo del mio. Mi sono ingegnato. Sono stato una settimana in un buco buio, mangiando carne di quindici anni fa, ferito. L’ho fatto per avere un futuro. Quel futuro che mi era stato negato dal lavoro che facevo.
Georges svuotò un altro bicchiere, si alzò e fissò Alberto con sguardo fermo: – sono contento che tu sia sopravvissuto; anche se mi sto rendendo conto che il mio amico è morto davvero, su quella spiaggia.
Il francese si voltò e raggiunse la compagna in casa.
Alberto attese qualche minuto, poi si andò a sedere in cima al piccolo approdo. L’aria gli maltrattava i capelli, le onde si infrangevano sulle rocce e lo bagnavano con spruzzi insolenti; sembrava che il mare gli sputasse addosso.
Sospirò. Con un gesto di stizza ficcò una mano nelle tasche dei pantaloni e recuperò il suo portasigarette d’argento e madreperla. Prese una sigaretta e l’accese con gesti nervosi, ne osservò la brace. Era da tempo che non le contava più.

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