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Fabiano Pini
Il viaggio di Jonas

Il viaggio di Jonas
SINOSSI

L'Amore, quello che ti prende il cuore, che ti fa tremare le gambe e la voce, insomma, l'Amore con la A maiuscola.
Questo accade ai protagonisti del nostro libro: Jonas e Gina, due persone sposate, ognuno con la propria famiglia, che vivono questo amore, forte, intenso e inatteso, ma che  è sempre esistito fra loro fin da ragazzini. solo che non lo sapevano, o meglio, non hanno voluto ammetterlo fino a che, lui, "l'amore cieco" che non guarda in faccia a nessuno, si è presentato.

Una storia viva di emozioni che il lettore percepisce insieme ai protagonisti e come per magia entra in simbiosi con il libro.

Un amore difficile, ma allo stesso tempo sconvolgente; un percorso che i due protagonisti affrontano con grande determinazione, ma rispetto di chi li circonda.

 

Una bella storia da leggere tutta d'un fiato.

PRIMO CAPITOLO

L’emozione cade nei pensieri stanchi della realtà, chiaro quel ricordo che si fa strada tra la fantasia e l’età. Sul viso stanco, un sorriso spento è quel che resta di una vita mai vissuta, attesa da troppo tempo.

Gli inizi

Gli anni dell’adolescenza purtroppo, passano in fretta. Jonas non rinuncia del tutto nel cercarla ma viene distratto sempre più dal trascorrere del tempo. Spesso, in sella alla sua moto, torna, lasciandosi condurre da quella specie di abitudine che aveva da bambino, transitando timidamente davanti al cancello della sua abitazione, rallentando e sbirciando quasi svogliatamente alla finestra della cucina, sperando di avere la fortuna di scorgerla; impossibile dimenticare. In fondo all’anima, anche a distanza di molti anni, preme la voglia di rivederla, di sentirla vicina e continuare a ridere per gioco, dentro le scatole di cartone, nel cottage in fondo alla tenuta. Ricorda perfettamente ogni piccolo istante passato con lei, eppure erano teneri giochi di bambini, senza malizia né forzature; spontanee manifestazioni di amore puerile, innocuo, inconcludente, ma sincero.
L’illusione che poteva rivederla quando voleva perché abitavano nello stesso paese, svanì il giorno in cui seduto al bar, ritrovo abituale di tutta la compagnia, qualcuno traforò l’aria dicendo che anche Gina se n’era andata a studiare all’estero come già avevano fatto alcune compagne, lasciando congelare all’istante la bottiglia di birra che stringeva tra le mani e anche il suo cuore.
Non può essere vero. Non può andarsene senza dirmi niente, non è da lei!”, pensò con la tristezza che lo stava assalendo. Ma in fondo, che ne sapeva di lei. Non sono mai stati fidanzati, non sono mai stati grandi insieme. Non hanno mai avuto rapporti normali come un uomo e una donna che dichiarano il loro amore reciproco. Erano semplici bambini, niente di più, che provavano tremanti i primi passi, le prime avvisaglie di gioie e dolori che la vita impassibile, ti serve su un piatto d’argento quando meno te lo aspetti; senza preavviso. Che non ti lascia il tempo di prepararti all’impatto, senza concederti lo spazio necessario per produrre un argine difensivo. Si abbatte su di te con la potenza distruttiva di una bomba atomica e non ti lascia neanche il tempo di respirare. Così si sentì  Jonas nel momento che percepì quelle parole non sapendo neanche quanto potessero  essere vere. A niente valsero  le informazioni prese nei giorni a seguire, nessuno riuscì a dargli una corretta versione dei fatti, di come, perché e se vero che fosse partita. Le uniche persone che sapevano la verità, erano i genitori di Gina ma figuriamoci se, pur conoscendoli, si potesse presentare alla porta di casa, suonare il campanello e trovatosi di fronte magari al padre, tranquillamente chiedere: “Scusi, ma è vero che Gina è partita? E quando torna? E’ possibile telefonarle?”  Perché avrebbero dovuto rispondergli, in fin dei conti era un semplice amico d’infanzia non suo fratello. Mancava pure la domanda delle domande che avrebbe dovuto, e voluto, fare direttamente a lei: “Sei interessata a me? Ci mettiamo insieme? Ma noi, siamo mai stati insieme?” Non lo ha mai chiesto, forse per mancanza di idonee circostanze, forse per mancanza di coraggio, forse perché credeva che semplicemente aver giocato insieme per tanto tempo, potesse già essere una sorta di unione. Durante le varie stagioni estive in cui il paese si animava più del solito, complice le lunghe serate piene di feste e ritrovi delle compagnie di ogni età, potevano esserci  le occasioni per tentare qualsiasi tipo di approccio ma non ne ha mai approfittato, anche se non sarebbe mancato per niente al mondo a quelle serate, se non altro per aspettarla, vederla anche solo un istante e portare nel cuore la gioia dei suoi occhi; sentirlo battere ancora più forte, era una piacevole sensazione che sperava di provare ogni giorno. Molte sere entrava e usciva dal bar facendo finta di andare a controllare se la bici fosse ancora al suo posto. Saliva e scendeva le scale esterne che conducevano alla sala posta al piano di sopra, dove si riunivano i grandi per giocare a tombola, biliardo e altre attività di intrattenimento collettivo. Ma lei non appariva, non si mostrava a quella porta sempre chiusa come se fosse soltanto disegnata sul muro. Possibile che non le interessasse trascorrere il tempo libero con i propri amici? Possibile che avesse altri interessi? E quali? Come poteva scoprire tutte queste cose senza destare la collera dei genitori, i suoi e quelli di Gina, riuscendo finalmente a capire tanto mistero? Riusciva addirittura a pensare, che forse sarebbe meglio non esistessero le vacanze estive e che la scuola fosse una condizione perpetua, dal lunedì alla domenica; solo in quei giorni riusciva a essere sereno, certamente non grazie ai compiti da svolgere!
Fortunatamente con il tempo che passa, le distrazioni extrascolastiche riuscivano in qualche modo a sviarlo da quella sua piccola mania di incontrarla ma il paese non era poi così grande e le strade non erano molte. La stessa via principale veniva utilizzata da chiunque volesse andare dal punto A al punto B, andata e ritorno, dalla mattina alla sera. In quella strada, erano locate tutte le attività necessarie per ogni famiglia: alimentari, macellerie, articoli per la casa, cartoleria e via dicendo. Anche per andare a scuola e alla chiesa dovevi transitare su quell’asfalto logoro, consumato dal tempo e dalle auto. Passando in bicicletta la mattina presto per raggiungere la scuola, transitava inesorabilmente davanti al solito bar che era perfettamente di fronte alla casa di Gina. Il chilometro e mezzo precedente che lo separava dalla sua abitazione al centro del paese, lo percorreva praticamente senza respirare, pedalando all’impazzata, fin tanto che il suo giovane cuore aveva potenza necessaria da trasferire ai muscoli delle gambe e giungere in un battibaleno a poche decine di metri; dopodiché, rallentare quasi a fermarsi, girare lentissimamente i pedali e transitare come al rallentatore davanti alle finestre di quella casa, viste centinaia di volte. Trattenere il respiro per non far percepire la fatica, non sarebbe da uomini, sperando di veder aprire la porta e scorgerla, aspettarla fuori dal cancello e invitarla a compiere insieme, l’ultimo tratto di strada per giungere all’ingresso di scuola. Ma era sempre in ritardo e come gran parte delle mattine, la trovava già presente al proprio banco, intenta a scimmiottare con gli altri compagni. Ai tempi, l’estate sapeva d’estate, di glicine sfiorito e di granite alla menta, quando gli amori giovanili sbocciavano ogni giorno, puntuali come il sole del mattino.
Le scuole elementari passavano in fretta e i giochi estivi nella tenuta, scivolavano con la velocità della folgore e quasi senza accorgersene, Jonas  diventava un tredicenne con le prime avvisaglie di acne, ma ancora non se ne curava; l’unica attenzione era l’inseguimento a colei che gli rubava la giovane anima irrequieta di imberbe puledro. La scuola, i giochi, lo sport, da soli non bastavano più a distogliere totalmente l’idea di incontrarla, di sapere, di avere con lei un rapporto sincero basato sull’amicizia, scambi di parole, iniziare a conoscerla; avere in qualche modo una speranza. Non riusciva, come altri suoi coetanei con altre ragazze, ad avere la fortuna e il coraggio di avvicinarla e conquistarla con fare da latin lover, unirsi nei pomeriggi assolati lungo le rive verdeggianti del placido fiume e mano nella mano, come ha visto fare da quelli più grandi, trascorrere ore infinite lasciando andare la fantasia e la natura nella sua folle corsa. Quei sogni a occhi aperti, cominciavano a stargli stretti ma nonostante si sforzasse nel trovare innumerevoli soluzioni, l’inizio delle scuole secondarie imprimettero una svolta netta e dolorosa. Gina seguì la moda di frequentare istituti cittadini, lui relegato a scuole ancora paesane, lontane dai lunghi tentacoli peccatori della grande metropoli, perdendo così le certezze che almeno a scuola, avrebbe potuto vederla, darle quelle furtive toccate di mano durante le ricreazioni in quegli ingenui giochi, paragonandoli a un vero stato di relazione a due. Tutto finito.

Chissà se il suo piccolo cuore è mai riuscito ad accorgersi di lui, delle sue corse affannate, di quel bimbo impazzito dalle sue movenze, dai suoi capelli, dalle sue tenere mani. Chissà se sapeva che si alzava presto al mattino, frenetico nell’uscire di casa, correre verso la scuola, soltanto per pochi attimi di gioia trascorsi davanti alla sua finestra. Quei teneri occhi che la guardavano come un vero innamorato si delizia delle movenze della sua donna. Il sapore di quelle estati colme di estasi, non le avrebbe scordate per il resto della sua vita. Quel profumo emanato da lei, non lo avrebbe potuto confondere con altri mille profumi che neanche il tempo avrebbe potuto affievolire.

 Oggi Jonas è un brillante uomo d’affari, stimato nel suo settore da colleghi e concorrenti. Si è sposato  ormai da ben ventitre anni, una figlia venticinquenne laureata, Maeba, che convive da pochi mesi in una nuova città, poco distante dalla casa paterna,  dove ha trovato finalmente il suo lavoro. Sua moglie, Caterina, impiegata statale, si alterna classicamente dalla scrivania del suo ufficio ai doveri domestici quotidiani aiutata dal consorte, nei momenti  in cui è a casa: il suo lavoro di rappresentante lo porta fuori dall’abitazione per molte ore della giornata e addirittura, in varie occasioni, per alcuni giorni. Con il cuore colmo di passioni, cerca di approfittare di quei pochi momenti di pausa per lanciarsi  nelle sue spericolate attitudini sportive come l’arrampicata e il parapendio tralasciando per motivi di tempo la chitarra, la passione più grande, necessari per togliersi la monotonia quotidiana e ritrovare quelle emozioni che aveva da bambino, quel senso di libertà che solo la freschezza puerile riusciva a donargli. Anche sua moglie riesce a ritagliarsi i suoi giusti momenti di svago in una delle tante palestre che ormai abbondano ovunque. La definizione di classica famiglia, non potrebbe trovare, apparentemente, rappresentanti migliori in tutto e per tutto. I momenti di serenità sono alternati dalle varie giornate nere da parte di entrambi, scaturendo nelle più classiche litigate che faranno anche bene come legame, rendendo però difficile il cammino. Molte volte le incomprensioni nel corso degli anni, sono state dirottate verso l’odio, momentaneo, ma reale. Quello stato d’animo che ti scaraventa lontano l’una dall’altra come una scarica di un fulmine, salvo poi ritrovarsi una volta placata la bufera. Ma ti segnano, inevitabilmente, lasciandoti dentro piccole ferite ogni volta da rimarginare, sempre più difficilmente con il passare degli anni.

l’inevitabile transito del tempo, affina pure le tattiche di auto protezione che ti cuci addosso come una sorta di scudo protettivo, impedendo l’ingresso del male, difendendo tutto il buono che è dentro ma che inaridisce il cuore, attenua la passione, impigrisce la mente. Lascia il tempo alla stanchezza e alla solitudine, delusi dal tempo stesso, dalle aspettative e dalle pieghe che la vita ha riservato. Anche Jonas e sua moglie hanno subìto vari contraccolpi di artiglieria dalla quale, almeno per il momento e tolto alcuni episodi di reale crisi, sembrano essere passati senza troppi danni apparenti, ma inconsapevoli, si trascinano nel grigiore quotidiano senza rendersi conto di quel colore sbiadito che li avvolge come una coperta ormai logora che non riscalda più i loro corpi. Il compenso economico del suo lavoro, ha sempre messo Jonas nelle condizioni di sopperire egregiamente alle esigenze della famiglia, perché avrebbe dovuto saltare nel vuoto, lasciando una certezza in cambio del niente, per cosa? Con la figlia lontana, la vita coniugale avrebbe potuto tornare agli antichi splendori, con molto tempo a disposizione per loro due, marito e moglie soli, teneri e desiderosi dei loro corpi come amanti appassionati, in preda all’estasi più sfrenata. Di colpo però, quel grigiore che aleggiava incombente, cala inesorabile la sua ombra coprendo quel sentimento che molto lentamente si è trascinato nel tempo, infrangendosi sugli scogli della normalità e come un pugile accasciato da un tremendo uppercut, si ritrova stordito a leccarsi le ferite di una fine che sapeva sarebbe arrivata e a pensare, soprattutto per chi.

 Gina è tornata nello stesso paese, nella stessa casa che la vide bambina, spensierata fanciulla immersa in una realtà ormai lontana. Tre figli, un marito e un’attività familiare da gestire in tempi di preoccupante recessione, non hanno tolto il sorriso su quel volto ancora fresco e piacente, nonostante le quarantotto primavere, siano  giunte senza colpo ferire da pochi mesi. Tra nuvole rade, cirri colmi di pioggia, soli splendenti e venti di scirocco, ha trascorso la sua esistenza lontana da occhi paesani, quasi dimenticando il verde delle rive del suo placido fiume, dove i giorni passati a ridere sembrano momenti di un’altra epoca come se fossero di un’altra persona.  La casa della sua giovinezza, probabilmente sarà la casa della sua vecchiaia e anche se sta tentando di ritrovare gli stessi colori di un tempo, i sapori e gli umori che fluttuano adesso all’interno di quelle stesse pareti, non corrispondono alle sensazioni e ai brividi di piacere che la accarezzavano allora. Quando i due figli Marco e Anastasia escono la mattina e dopo la partenza di suo marito, lei rimane sola ancora per qualche minuto prima di uscire a sua volta. Nella camera vuota di sua figlia Lucia, la figlia maggiore che convive da alcuni anni, scioglie i suoi lunghi capelli e si nasconde con timide mosse dietro la tenda che copre la visuale sul mondo di fuori, dalla stessa finestra da dove ogni mattina di molti anni fa, aspettava con il giovane cuore che batteva tumultuoso, il sopraggiungere di un baldo ragazzo in sella alla sua bici. Con gesti leggeri, scosta quella tenda, come allora, immaginandosi ancora quelle scene sempre uguali, ogni mattina, ritrovandosi a sorridere come quella bambina.
Avere un padre autoritario, non gli ha mai facilitato le cose, neanche le scelte delle amicizie risultavano essere quelle della spensieratezza. Le attenzioni che un genitore mostrava nei confronti di una figlia femmina, un tempo erano trattate quasi sempre con inflessibilità e pregiudizio, con quella sorta di attenzione che rasentava il rigore militare. Avrebbe voluto farsi trovare sull’uscio di casa, pronta, ogni mattina, per farsi scortare dalla sua guardia del corpo personale, fino all’ingresso della scuola, come facevano già molte sue compagne, non da sua madre. Erano semplici giochi anche per lei, nascondersi nelle scatole di cartone nel cottage in fondo alla tenuta di Jonas, ma le piacevano enormemente. Aveva la possibilità di correre con la fantasia, volare sulle ali dei sogni come una bambina sa fare, inventare storie irrealizzabili ma crederle tremendamente vere. E di questo gioirsi.
Guai a sgarrare l’orario però, mai provarsi a rientrare oltre il consentito, pena il castigo perpetuo come quella volta quando attardatasi nell’ennesimo gioco, il padre la punì con il divieto assoluto per un mese nell’uscire di casa se non per andare a scuola.
L’estate è da sempre la stagione migliore, soprattutto per i ragazzi, e anche Gina iniziava ad avere le prime avvisaglie dei  frizzori giovanili. Minuta ma con quella freschezza sul volto che la rendeva carina e guardata dai suoi coetanei, suscitava le attenzioni anche di qualche giovanotto più grande di lei, come Jonas di appena due anni. Notava quegli sguardi che iniziava a ricambiare con far da civettuola ma in quel momento, era parecchio attratta da quel ragazzino ardimentoso e un po’ timido, che faceva di tutto per farsi notare ma che non si decideva mai. Il tempo però, correva furioso e impaziente anche nel corpo e nella mente di Gina che si apprestava a emigrare da studente, in un paese migliaia di miglia lontano dalle attenzioni  maschili del suo paese e dagli occhi di Jonas.
Poco dopo il rientro, il rigore paterno fallì miseramente il giorno in cui Gina perforò l’aria domestica di una domenica mattina, con la notizia della sua prossima maternità.  La benedizione di un figlio è un dono della natura a qualunque latitudine ma vent’anni per diventare madre sono sempre pochi, a qualunque latitudine.
Adesso, con la carta d’identità fresca di rinnovo e stampato sopra il traguardo dei quarantotto anni, si accorge che i tre figli, sono stati veramente una benedizione, soprattutto da quando i rapporti con suo marito si sono raffreddati prima del previsto. Le loro vite scorrono veloci nel mare dei giorni sempre uguali come il sorgere del sole e l’avvento della luna, senza chiedersi se possa esistere qualcosa di diverso che ravvivi i colori e che arrivino trascinati dal vento, nuovi profumi che raffreschino l’aria facendo rivivere vecchie emozioni lasciate nel silenzio delle proprie anime. Cambiare le abitudini è maledettamente pericoloso e il solo pretendere che possano cambiare con il semplice schioccar delle dita, è utopistico come aspettare un autobus dove non esiste nessuna fermata. Il suo volto sembra ingannare il tempo ma i sorrisi di Gina, non tradiscono quello che resta di una vita mai vissuta, ormai da troppo tempo attesa. Quella benedizione ricevuta molto tempo fa e raddoppiata nel corso degli anni, ha cambiato le attenzioni che aveva per un uomo, un tempo piacente, nella dedizione assoluta nell’accudimento delle proprie creature e nella certezza del lavoro familiare, che la riparava dalle bufere esterne. Perché dover cambiare, per cosa modificare i propri punti di riferimento, i propri pensieri. Il fisico ancora piacente, il sangue ancora pulsante, una voglia tuttora presente ma che il marito da tempo, sembra non accorgersene più.  Nell’attesa che cambi qualcosa, inevitabile pensare, soprattutto per chi.

 Ogni volta che sale quella scala è come se salisse sul vecchio Olmo in fondo alla tenuta, dove spesso si rifugiava da solo, a volte con qualche compagno, con la certezza che nessuno sarebbe andato a cercarlo così in alto. L’ingegno non gli è mai mancato e con i suggerimenti del padre, impiegò poco tempo nell’allestire una scala con funi e pioli, fissata all’intreccio di alcuni grossi rami e cadente  lungo il tronco fino al terreno. Aprire quella porta, lo pone nella magica condizione di entrare nella sua vecchia casa su quell’albero maestoso, dove  trascorreva le ore più belle della sua infanzia. Le soffitte, quei locali magici, sembrano appositamente costruite per poterci collocare tante scatole di cartone piene zeppe di ricordi, quasi sempre belli.  Jonas la paragona al desktop del suo computer, dove decine e decine di icone, racchiudono catalogati in rigoroso ordine cronologico, oltre al lavoro, i tanti episodi della sua vita che con un semplice tasto, si possano riaprire per poterli rivivere. Entra in quel locale semplicemente per prendere una vecchia lampada riposta qualche tempo fa ma che adesso, sua moglie, vuole riposizionare sul nuovo tavolo da fumo appena comprato. Crede di trovarla subito, appena dietro la porta dove ricordava di averla lasciata, invece, deve farsi spazio tra un buon numero di scatoloni e bambole insacchettate. Spostando alcuni  vecchi giochi di sua figlia, urta una pila di piccole scatole da scarpe facendone cadere alcune, rovesciando il contenuto sul pavimento mezzo piastrellato e mezzo lasciato a cemento, come usa nelle soffitte. Non erano scarpe quelle appena cadute ma qualcosa di molto più prezioso, non volgare abbigliamento da indossare ma qualcosa da gustare e assaporare con l’anima, sniffare i sapori che la mente riaffiora nell’attimo esatto in cui gli occhi osservano quelle foto. I compagni di un tempo, i  giochi di un tempo. I battiti del cuore iniziano a salire, gli occhi si sgranano, i polmoni  inalano quell’aria respirata tanto tempo fa e uscita prepotente come una spruzzata di profumo. Non erano scarpe quelle appena cadute ma la sua vita che è tornata a farsi sentire, racchiusa dentro a semplici fotografie ma vive come appena scattate. Le raccoglie con mano tremante, le soffia per toglierci la polvere e le appoggia delicatamente come manovrare una reliquia, su di un piano improvvisato con alcune scatole più grandi. Trova la lampada che stava cercando, raccoglie il suo filo elettrico e inserisce la spina nella presa di servizio lì vicina. Accende quella piccola radiazione luminosa ma quelle foto che brillano di luce propria, raddoppiano l’intensità della vecchia lampada, quasi accecandolo. Incrocia le gambe sedendosi sul cemento e inizia a gustarsi una per una, tutte quelle splendidi immagini, correndo con la memoria, a quei momenti  in cui venivano scattate. Si ricorda perfettamente tutto con millimetrica precisione, dove sono state immortalate, con chi, in quale luogo, addirittura gli tornano alla mente, alcune delle frasi dette in quelle circostanze e su quelle più buffe, sorride con pacata commozione. Trascorre il tempo senza rendersene conto, fintanto che sua moglie non lo desta da quella sorta di ipnosi gaudente da cui controvoglia deve staccarsi, non prima però, di osservare un ultima fotografia. Dopo, con infinita attenzione come maneggiare un cristallo finissimo, ripone tutte quelle fantastiche immagini nelle loro scatole da scarpe, tranne l’ultima foto, che adagia delicatamente nella tasca interna della propria giacca. Stranamente, non ricorda chi potesse averla scattata, non erano molte le persone che sapevano di quei giochi, tranne loro due e quasi mai gli adulti sapevano dove erano. O almeno lo credeva. Richiude quella porta con gesto leggero soffermandosi sul pianerottolo un attimo ancora. Con la mano che afferra la maniglia, rivolge un pensiero a tutti i protagonisti dello splendido film che ha appena rivisto, ripromettendosi  nel prossimo futuro, di fare qualcosa di tangibile per poterli abbracciare realmente, almeno un’ultima volta.

 La crescita

Sono sempre più faticose le giornate. Presto in piedi la mattina, preparare i ragazzi, occuparsi del marito, della casa e controllare le ultime cose prima di uscire per recarsi in azienda. Fogli, scartoffie e clienti, banche e commesse da evadere. Uscire nel pomeriggio per portare i figli alle rispettive attività sportive, occuparsi della casa, gli acquisti giornalieri e ancora dai figli per rientrare nuovamente, a sera, in quella bella dimora, spaziosa ma non più accogliente e vissuta come un tempo. Con l’auto carica di masserizie e di eredi con tanto di musica che risuona nell’abitacolo, sta percorrendo  solitaria la strada principale, ricoperta con quell’asfalto nero sbiadito. La prudenza alla guida, diventa ancora più evidente mentre transita nei pressi di un alto e lungo muro di cinta in cui la carreggiata ha un restringimento pericoloso. Ha dovuto compiere una deviazione al tragitto giornaliero per andare a ritirare alcuni oggetti per suo marito, da un vecchio fabbro del posto.  Il gesto meccanico di svoltare l’auto inforcando quella strada, lo compie senza pensare ad altro, eccetto alla commissione che doveva svolgere quando, di colpo, si rende conto di riconoscere vagamente quella parete che corre imperiosa lungo il ciglio di quella piccola stradina. Dietro l’ennesima curva, uno slargo alla sua destra, apre la visuale su una piccola radura formata da terra incolta e da quel muro che si ritira deciso verso l’interno, lasciando intravedere ciò che rinchiude. Rallenta l’andatura, meravigliata da quella visuale come a ricordare che cosa racchiude quell’argine di mattoni e calcina. Non lo ha mai visto dall’esterno, soprattutto da quel lato geografico della proprietà ma dall’interno si. Il vecchio Olmo è ancora là, maestoso più di allora, gli pare pure che le sue robuste fronde, siano cresciute a dismisura. Non si nota la scala di corde ma sicuramente è ancora la, nascosta dai rami come a proteggerla dal tempo.  Poco più indietro dell’albero e adiacente al muro di cinta, vede quello che resta di una piccola costruzione cadente con il tetto quasi distrutto e non si rende conto di aver esternato un rammarico, prontamente ascoltato e ribadito scherzosamente dai figli. Ma lei, scusandosi, non se ne cura continuando con quella fatalità che l’ha catapultata indietro a un secolo prima, al tempo della sua precedente  vita, in cui il suo giovane cuore in continuo fervore, batteva forte ogni giorno varcando la soglia di quella piccola costruzione, un tempo forte e accogliente. Il cottage in fondo alla vecchia tenuta di Jonas, le ricorda immediatamente un’altra avventura, lontana dall’attuale milioni di chilometri, con quelle fantastiche storie di tutti i giorni che la facevano sentire viva e felice come non lo è mai più stata.
Non può non farlo, deve. Ferma l’auto davanti al vecchio cancello in ferro battuto all’ingresso della proprietà, dicendo ai figli di pazientare un attimo, giusto due minuti. Scende e subito le narici si inebriano di profumi forti e dolci provenienti dalla fitta vegetazione all’interno, che ormai ha preso il sopravvento su gran parte delle strutture create dall’uomo. Poggiando le mani sul tetto della macchina, chiude gli occhi e assapora d’un fiato tutte quelle fragranze che la avvolgono come bere una pozione magica e in un turbinio di stelle e colori e saette, tornare in un attimo bambina nel bel mezzo di quei giochi innocenti pieni di risate e crescenti avventure. I figli, increduli dalle movenze mai viste della madre, si guardano con aria interrogativa mimando il gesto della pazzia, ma Gina è già arrivata dinnanzi a quel cancello. Le mani si posano lentamente su alcuni ferri notando lo spessore di ruggine che li ricopre, ma non se ne cura. I suoi occhi spaziano da un lato all’altro del vasto cortile interno e la presenza di una catena tra le due ante, le impedisce di aprire e poter entrare. Ma quella catena, non può impedire ai ricordi di uscire prepotenti e quasi tangibili. Chiude nuovamente gli occhi e cammina sul viale, fiancheggiato da alti pini marittimi ed enormi siepi di alloro che rilasciano nell’aria il suo profumo. Passa davanti agli scalini di marmo, consumati dal tempo, della scalinata che annuncia il portone principale. Prosegue fin tanto che non incontra una piccola fontana, ricavata in un unico grosso masso di granito portato lì da chissà chi, per poi svoltare alla sua destra e giungere dopo svariati passi, a quel cottage in fondo alla tenuta, dove innumerevoli giornate estive, trascorreva il suo tempo migliore avvolta dall’estasi assoluta. Ascolta le vecchie canzoni che gracchiano la loro voce nel vecchio giradischi e sorride.
Chiude gli occhi, ancora, alzando le spalle come a stringersi in un caldo abbraccio. Le mani di lui che prendono le sua, riesce a sentirle con quel fresco tatto tremante.  Muove delicatamente la testa seguendo le note di quelle canzoni e sorride.
Che imbroglio è stata la sua vita, che le resta di quei sogni reali di un tempo, miseramente naufragati nel mare della normalità? Che fretta c’era di diventare grandi tanto velocemente se poi ha perso la voglia di innamorarsi  smarrendo  quelle carezze che le scaldavano il cuore?
Chiude gli occhi ancora un istante e pensa a lui.
Ripartendo con l’auto, osserva il percorso asfaltato ma nel retro dei bulbi oculari, sta ancora proiettando quel fantastico film in cui lei era la protagonista assoluta, dove ogni azione che faceva,  veniva sottolineata da applausi scroscianti che risuonavano nell’aria, amplificati da centinaia di watt di potenza, mentre  l’auto riparte lungo la strada della sua attuale esistenza.

 Nel tempo in cui prende il bagaglio dal cofano posteriore dell’auto, non si accorge del freddo saluto che gli esce con quel tono di distacco assoluto; forse, non si accorge della stessa risposta che riceve da sua moglie, assolutamente distaccata come se fosse già rientrata a casa. Pur essendo entrati  in primavera, l’aria dell’ennesima alba è ancora fresca e poco invitante per gli abiti leggeri, mentre avviandosi all’ingresso della stazione, alza velocemente il bavero della giacca per proteggersi. Il viaggio di lavoro che si appresta a compiere, sarà un po’ più lungo degli altri, ragione per cui al posto del solito trolley, sta trascinandosi la grossa valigia, oltre alla borsa con il suo fido laptop. Non ha solo abiti all’interno, stavolta si è portato alcuni libri per le serate solitarie nei vari alberghi in cui farà tappa, decidendo in seguito quale sarà il prescelto.
Per un’oretta successiva alla partenza rimane impegnato come molti altri passeggeri, nell’espletare funzioni lavorative, messaggiando con  vari colleghi, parlando al cellulare con alcuni responsabili dell’azienda che rappresenta e altre faccende. Poi, ritenendosi soddisfatto, si allenta il nodo della cravatta e sgancia il bottone della camicia, nel tentativo di dare sollievo alla gola. Nel mentre, il controllore chiede l’esibizione dei biglietti prontamente assecondato dai due viaggiatori seduti di fronte a lui. In soprappensiero fino a pochi  istanti prima, non ricorda in quale tasca gli ha sistemati, infilando contemporaneamente le mani da una tasca all’altra trovandoli in quella interna. Porgendoli al controllore, quest’ultimo si accorge  che sul retro dei biglietti, c’è un corpo estraneo che non riconosce. Lo sfila e lo consegna al legittimo proprietario il quale, nel mentre si scusa, ha un tuffo al cuore osservando quello che gli stava riconsegnando. Interminabili secondi osservando quel fermo immagine, catapultato tra le sue mani come da un’altra dimensione. Con la memoria, torna immediatamente al tempo di quello scatto, guardando ogni dettaglio ogni piccolo particolare, cercando di catturare l’essenza di quella foto, riascoltare i suoni, i colori, i profumi che sentiva in quella giornata di molti anni fa. Perché erano abbracciati come teneri amanti se erano soltanto amici? Perché si affannava in corse a perdifiato se erano soltanto compagni di scuola? Perché ne era rimasto invaghito se neanche era contraccambiato se non da innocui mano nella mano solo per aiutarla ad affrontare i pioli della scala per salire sull’albero? Perché ne era innamorato?

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