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Fabiano Pini
L'Isola che non c'è

L'Isola che non c'è
SINOSSI

Fabiano Pini con questa raccolta di racconti ha voluto disegnare su carta, come un pittore fa con la tela, alcune immagini di vita, passata, presente e futura.
Immagini dai tratti decisi che vanno ad analizzare i vari argomenti trattati con quella vena, che è solita dell'autore, umoristica, ma al tempo stesso diretta, senza tentennamenti.
Addirittura, l'Autore, ci mette di fronte alla storia vera, usando però molta fantasia: nel racconto "La battaglia della Palmaria" siamo nell'estate del '44, viene descritta con minuziosità di particolari l'isola e il territorio con i suoi tunnel e i bunker, così come in realtà era, si parla dei partigiani e delle truppe che hanno vissuto quel momento storico, il tutto con una "fiction" e una metrica che ci lasciano ancorati al racconto senza riuscire a distogliere la nostra attenzione.
Leggendo i racconti di questa raccolta si sogna, si ricorda, si soffre e si ride ma soprattutto si spera di trovare quell'isola felice, come diceva Edoardo Bennato nella sua canzone, piena di tesori, di pace e di tranquillità... L'isola che non c'è.

PRIMO CAPITOLO

Vivere senza un sogno

è morire ogni giorno

 

 

  Quel  lotrone del mio amico

 

Erano anni che raccomandavo caldamente a Luca di smettere di mangiare così tanto, o almeno, di limitarsi nel trangugiare quantità doppie di cibo. Non era grasso, nemmeno cicciottello ma a furia di infilarsi nello stomaco qualsiasi cosa potesse servire a placare la sua incontenibile voglia di cibo, lo avrebbe portato un giorno o l’altro, ne ero sicuro, allo scoppio dello stomaco con il conseguente sparpagliamento di interiora per tutta la casa. Oppure a trasformarsi in una splendida mongolfiera e salire alto nel cielo. Suo padre, Piersabato, era un semplice operaio con un modesto salario appena sufficiente alle bisogne familiari. Amaranta, sua madre, con le sue mani d’oro di sarta provetta, contribuiva in qualche modo all’andamento economico anche se parlare di uno stipendio vero e proprio era eufemistico: sostituire cerniere ai pantaloni e rammendare toppe, anche se in tempi moderni il lavoro stesse aumentando, gli incassi non erano quelli sperati. Quel gran lavativo di Luca, il mio migliore amico, non aveva la ben che minima nozione di come si potesse gestire una famiglia, tantomeno era mai andato in un qualunque supermercato, dove poteva rendersi conto di  quanti soldi occorressero ai loro poveri genitori per sfamarlo. Un metro e novanta, ottantasei chili e un quarantasette di piede, non erano le misure adatte per rifugiarsi nella famosa frase “meglio fagli un vestito che invitallo a cena” e vista la straordinaria velocità con cui apriva le fauci, non si poteva neanche minimamente  farlo accomodare a un tavolo imbandito, senza considerare che avrebbe dato fondo anche alla cambusa più fornita di un piccolo transatlantico. Le modeste misure di un pantagruelico figlio lasciavano poca immaginazione a due poveri disperati genitori, occupatissimi nella continua affannosa ricerca di mercanzie e prelibatezze culinarie necessarie.
Cristofora, la nonna materna, una donnona dalle forme spaventose, era fatta della stessa pasta del nipote, buoni nell’anima ma schietti e diretti…forse troppo. Affamata come l’unico erede della famiglia Stropponi, era costretta, per fortuna a limitarsi nell’ingurgitare quello che avrebbe voluto, a causa di molteplici acciacchi senili, compreso un provvidenziale diabete. “Bimbo, meglio mangià che èsse mangiati!” ripeteva in continuazione al nipote il quale, per soddisfare le attenzioni della nonna, coglieva sempre al volo la raccomandazione prendendo la via del frigo o della dispensa, come se dovesse andare a fare l’ultima azione della sua vita. “Vedrai, crescendo e trovando una donna, penserà a quarc’osàrtro ar posto der mangià!” Piersabato ne era convinto talmente tanto, che arrivato sulla sedicina d’anni, si era dato d’affare parlando con vari amici, di scovare una fanciulla che potesse fare al caso suo: bella, alta e soprattutto “di bocca bòna!” da servire al figlio su un piatto d’argento. Amaranta invece, era convinta che con l’attività fisica del figlio un qualunque sport che gli insegnasse anche un po’ di disciplina, la avrebbe aiutata almeno a sfornellare solo nelle ore canoniche dei pranzi e delle cene. Un allenatore che inculcasse un regime alimentare al futuro atleta sarebbe stato come una man santa per il loro annoso problema. Ma ne l’una né l’altra soluzione sortirono l’effetto desiderato tanto che passati i sedici, i diciassette e anche i diciotto anni, arrivarono pure i diciannove senza riuscire a placare l’incontenibile bramosia di cibo del buon Luca. Oltretutto, nessuna delle tre madamigelle, che gironzolavano nei dintorni di quel marcantonio, si rivelarono soluzioni interessanti. 
Si tuffarono a pesce, quindi, sull’idea che la famigerata “cartolina rosa” potesse essere la tanto sospirata panacea del loro male, almeno per un anno, tanto sarebbe passato prima di rivederlo tornare a casa. La partenza per il servizio militare mise per qualche giorno Luca nella frustrazione, non tanto per i problemi legati alla vita militare in se per se, ai vari “Sissignore” e “Nossignore” che avrebbe dovuto sopportare ma, come ovvio, alla questione rancio. Sapeva da amici già passati dalla naja che i pasti giornalieri delle caserme non sarebbero stati sufficienti a sfamare un cardellino, figuriamoci un orso continuamente affamato!  Fatto sta che l’adattamento alla vita fatta di mimetiche, anfibi e graduati, risultò meno difficoltosa del previsto dal momento che, neanche a farlo apposta, fu inquadrato nel reparto non operativo, quei soldati addetti alle mansioni di servizio tra lo spaccio e le cucine degli ufficiali. Tutte le fortune capitano al mio amico Luca che, con quella proverbiale faccia da innocente cronico, riuscì anche in quella occasione a non doversi preoccupare più di tanto al proprio sostentamento alimentare.  “Pancia mia fatti capanna!” sentenziarono le sue papille gustative quando, il primo giorno di corvee, fu messo dal caporale di giornata a disposizione dei cuochi trasportando tutto il necessario direttamente dalla dispensa alla cucina. “Sai che c’è?” mi disse, durante una delle rare occasioni che aveva di telefonare dalla caserma, “mi mancano le pastasciuttine di mì madre, quelle piene di sugo da strabordà dar piatto!
Ma come, non sei di servizio in cucina?” gli dissi meravigliato.
See, te lo raccomando ir cuoco, cià sempre la testa fra le nuvole, un’ha mìa voglia di ‘ucinà!” sentenziò il famelico, come se sfamare giornalmente pasti per oltre duemila persone fosse cosa semplice.
Tu  hai la testa vuota come le nuvole, o piena di stelle cadenti!
Bah, sarà, ma a me tormenta il fatto che ho sempre fame e un posso mangià!” Neanche l’aver trovato finalmente il posto giusto al momento giusto, riusciva a saziare quello stomaco talmente dilatato da poterci entrare un carroarmato compreso di cingoli e torretta.
Porca miseria, tu non puoi mangiare?
Non quanto vorrei
Allora mangia quanto ti pare, strozzati!” che diamine, lavorava in una cucina industriale dove non mancavano di certo tonnellate di cibo.
Non posso, ingrasso troppo!” Non  si era mai preoccupato della linea, madre natura lo aveva messo al riparo dal problema, installandogli nel corpo, il famoso “bào tenio” che tutto distrugge. Sentire il mio amico che si poneva il problema della linea era ridicolo come sentire un prete raccontare barzellette.
Fammi capire: non mangi perché ingrassi, se mangi ti viene la febbre, hai sempre fame e vorresti mangiare, quindi che fai?” Era un punto cruciale, da sempre, nella completa indecisione apparente se togliersi l’appetito trangugiando qualsiasi cosa di commestibile gli capitasse a tiro, o lasciarsi prendere dal rimorso e girarsi dall’altra parte. Nel dubbio…
Vado in pizzeria!!” appunto! Il rancio era veramente “pòo e gnifito” come diceva sempre, compensando egregiamente durante le libere uscite, mentre gli altri commilitoni uscivano per la città incontrando e baccagliando le donne, lui si infilava quando in un locale quando in un altro, inforcava i piedi sotto al tavolo e dava libero sfogo alla sua meravigliosa natura di onnivoro impenitente.
Ciao Luca, vieni stasera al cinema?” Un mese dopo il suo rientro a casa terminato il servizio di leva, mi presentai al telefono con l’intento di uscire con il mio amico come ai bei tempi.
Non posso Sandro, ho la febbre!” Per la miseria, dissi, con tutte quelle vitamine naturali che si sparava ogni giorno in corpo, era un miracolo al contrario, il fatto che si fosse ammalato! Eppure la sera prima lo lasciai in buona salute, o almeno credevo. Non detti peso a quella faccina bianca e smunta che leggevo sul suo viso nel mentre mi alzavo da tavola, dopo una cena a casa sua. Aveva mangiato veramente tanto, forse troppo, anche per i suoi alti standard di inforchettatore, ma, come diceva lui, nell’ultimo anno aveva mangiato poco e voleva rifarsi del tempo perso.
Lo sapevo, hai mangiato troppi dolci ieri sera!” infierii bastardamente, sentendo una vocina nella cornetta del telefono che non distinguevo, se era un rumore metallico di sottofondo o lo stomaco di Luca che urlava dal dolore.
Sai che c’è? Tua madre ha ragione, brutto lotro!!!” continuando a rigirare il coltello nella piaga, infierendo sullo stato dolorante di quel grandissimo frantumatore di cibo, detto “idròvora” da tutti gli amici.
Mettitici anche te, vai!” sconfortato e chiudendo la telefonata, abbandono il mio amico ai suoi effluvi stomacheschi, sperando che prima o poi, si decida a lasciare il cibo e ad abbracciare un’arte più digeribile. Almeno per il portafoglio dei suoi poveri genitori!

  L’isola che non c’è

Arrivare nel suo angolo sperduto di mondo non è stata cosa facile.
Il viaggio estenuante e a tratti turbolento lo ha provato nel fisico debilitato dalla lunga malattia. Appena un giorno è trascorso da quando, sceso dall’aereo, ha ricominciato a respirare l’aria calda e salubre della sua  isola. Tornare nella piccola abitazione acquistata qualche anno prima, lo ha fatto stare meglio, di colpo, come bere una sorsata di elisir di lunga vita. Familiari, amici e colleghi, lo avevano quasi implorato di staccarsi dalla spasmodica voglia, sempre crescente, di rifarsi una vita e una nuova casa in un'altra città, in un'altra regione, meglio in un altro stato. Ma, come sempre, senza ascoltare nessuna fonte autorevole, nessun consiglio, si convince definitivamente nel fare quel pazzo investimento. Se ne sta lì, in piedi, fermo immobile sulla veranda della sua piccola abitazione, ammirando lo splendido panorama che lui definisce come una delle meraviglie del mondo....

Specifiche

Esiste una versione Ebook?

si

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