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Gaia Mencaroni
Malarte

Malarte
SINOSSI

Arte, tanti soldi, banche, segreti bancari e poi una fuga. Sì, una fuga, perché Maddalena Cantarelli, nata a Siena e impiegata in una galleria d’arte contemporanea a Vaduz, scomparirà nel nulla, scatenando la ricerca concitata da parte della polizia di mezzo mondo. Un piano perfetto. Così perfetto che Anna Moos, regina dell’arte e proprietaria della galleria dove Maddalena per quaranta ore a settimana spacchetta e impacchetta le opere, non dirà neanche una parola, ma si nasconderà dietro i suoi grandi occhiali da sole neri. Del resto Anna, alcuni mesi prima che il “caso Maddalena” dominasse la stampa, in una intervista per un noto settimanale d’arte, aveva detto: «Di fronte al genio, a un’opera geniale, a un progetto, a un piano perfetto e di talento si può solo dire: chapeau».  
 

PRIMO CAPITOLO

Esiste una verità più profonda dell’esperienza, che sta al di là di ciò che vediamo, persino di ciò che sentiamo. È una categoria di verità che separa ciò che è profondo da ciò che è soltanto razionale: la realtà dalla percezione. Di solito questa categoria di verità ci fa sentire inermi, e capita che il prezzo da pagare per conoscerla, come il prezzo da pagare per conoscere l’amore, sia più alto di ciò che i nostri cuori siano in grado di tollerare. Non sempre la verità ci aiuta ad amare il mondo, ma senza dubbio c’impedisce di odiarlo. L’unico modo di conoscerla è condividerla.
 
Le tornò in mente la prima volta che incontrò Jürgen Tanner. Gironzolava distratto, nessuna domanda, nessuna curiosità. «Un incidente di caccia». Sfogliava assente i volumi della galleria, leggeva a fatica nella sua quasi cecità. La sua vita, che gli aveva regalato tanto, lo costringeva a stare lì, chiuso in quel posto: in Italia non poteva andare, in Sudamerica e in America neanche, in Germania men che meno e con l’allargamento dell’Europa si ristringevano le sue possibilità di viaggio.  Il mago, “lo gnomo degli gnomi” come lo definivano i più importanti giornali finanziari, era serrato, come un topo in gabbia. Maddalena cercava di essere pronta, colta, sveglia, perché, anche se lavorava lì solo da due settimane, avvertiva che il signor Tanner era persona importante. Non solo lo avvertiva, ma lo sapeva per l’ansia e per l’improvviso rossore che si accendeva sulle gote della fredda e sicura signora Moos nel vedere sul display del cordless “Ufficio Tanner”.  Nessuno le aveva mai spiegato il suo ruolo, perché non è facile illustrare certe cose, neanche i protagonisti riescono a pronunciare certe parole. Del resto, come si poteva davvero spiegare la vita di questo signore, nato nel 1925 da una famiglia di modeste condizioni, che per uno strano gioco del destino si trova a custodire i segreti di molti Paesi?

Se qualcuno volesse leggere la vita di Jürgen Tanner si figurerebbe un mostro, un malato di potere, un criminale, un ladro. Vederlo lì, quel sabato mattina di fine estate, riportava all’inspiegabilità trascendentale della presenza del male nell’uomo; alla tendenza naturale, ovvero a qualcosa che non può essere né distrutto né estirpato, ma che è radicato nella stessa esistenza dell’uomo e che fa parte della sua stessa natura. Sfogliava avanti e indietro un minuscolo, e per certi versi insignificante, libretto con i fiori di Giorgia O’Keefe, curioso e attento nel grigio solito di quel luogo. «Mia madre aveva un abito a fiori esattamente come questi: ne aveva uno la mattina in cui sono partito per l’Università di Berna e ne aveva uno, alcuni anni dopo, il giorno della mia discussione di dottorato: era bianco con delle calle stampate. Mi faccia chiamare dal direttore. Vorrei un’opera della O’Keefe. Arrivederci».  Stringendole la mano: «Ho molto sentito parlare di Lei». E poi lento, con il bastone e la sua quasi cecità, si avviò verso l’uscita. Già fuori, si voltò di nuovo verso di lei e bloccando la porta automatica:  «Si ricordi, l’arte è più malata che mai e la colpa è degli artisti, perché hanno smesso di essere tali e sono divenuti uomini di mercato, schiavi dei mercanti, delle compagne, delle mogli e delle amanti. L’arte è malata, perché gli artisti hanno smesso di essere ribelli, liberi e diversi, preferendo la fama, il possesso, il denaro, e l’essere, per comodità, un banale ingranaggio della società».
 
Da quel primo incontro con Jürgen Tanner, Maddalena Cantarelli, nata a Siena e per un astruso gioco del destino impiegata in una galleria d’arte contemporanea a Vaduz, ha cercato spesso di immaginarlo giovane, ragazzino, ginnasiale, in una famiglia di genitori analfabeti e poveri.  E nelle sere prima della chiusura, dopo che la signora Moos e il signor Palmer se ne erano andati, dopo aver tirato fuori da sotto la scrivania una scatola piena di colori, in quell’ora in cui rimaneva sola e disegnava i suoi fumetti, cercava di capire se esistesse mai una fatalità del male. «Jürgen, cosa è successo? Che cosa è accaduto da quel giorno in cui lasciasti il tuo Paese fino a oggi, da quella mattina che partisti per l’Università di Berna, quando tua madre aveva un abito a fiori? Quando hai deciso di non volgere più lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, giungendo a scorgere l’idea del Bene in sé? Esiste una fatalità nel male?». Ma Jürgen non aveva deciso come intendeva Maddalena.
 
Uno staterello conficcato tra le Alpi, al quale il destino sembrava aver assegnato un futuro immobile, fatto dell’isolamento tipico dei paesi montani, ma da almeno cinquant’anni, anche grazie a Jürgen Tanner, si era trasformato in un pezzo di paradiso.  Certo, un paradiso un po’ speciale, anche se in fondo forse era stato facile: il segreto bancario elevato da prassi a principio costituzionale, un regime fiscale capace di attirare i capitali internazionali, un solido muro di omertà istituzionale posto di fronte alle rogatorie dei magistrati di mezzo mondo, la tradizionale amicizia con la Svizzera e la mancanza di una vera e propria opposizione (una sola formazione politica, la Liste Libre, che raccoglie l’11% dei consensi) che, garantendo la stabilità politica, contribuiva al successo, rassicurando i possessori di capitali.  Sono stati questi gli ingredienti della ricetta vincente, gli elementi di una politica dello sviluppo perseguita con assoluta consapevolezza. Oggi il Principato del Liechtenstein ha il prodotto interno lordo pro capite più elevato al mondo, non male soprattutto se si considera che sul suo territorio non ci sono risorse naturali o energetiche particolari.  
 
Ma come aveva fatto Jürgen, da figlio di un mungitore di mucche a giornata, a divenire l’uomo più ricco e più temuto del Liechtenstein, tanto da essere chiamato il Re?  Come aveva fatto a rubare lo scettro al suo Principe? «Che cosa era accaduto da quel giorno che lasciasti casa, con il treno già in moto e fumante, voi tre che eravate andati fino in Svizzera per poter raggiungere la ferrovia, lei e lui, analfabeti e tu che ti apprestavi a lasciare lo Stato più povero e più piccolo del mondo, perché? Dove? E quando? Quando hai deciso?»

Maddalena fantasticava di poterglielo chiedere di persona, immaginando tutti i dettagli: il suo abito, il suo ufficio, i suoi quadri e il suo tavolo: «Era stato amor patrio? La voglia di potere? Il riscatto di un’infanzia povera e fatta di stenti? O davvero la fatalità?».
 
Quando Jürgen lasciò per la prima volta il Paese era il 1943 e tutta l’Europa era sconvolta, tutta appunto, ma non il Liechtenstein. E per capire il clima in cui si trovò a operare il giovane avvocato, si deve fare un passo indietro, perché, in questa storia, fatti privati e personali si fondono con la storia ufficiale. Alcuni anni dopo la nascita di Jürgen, il Liechtenstein era stato finanziariamente rovinato e pesantemente indebitato con la Svizzera, a causa di una terribile inondazione che mise a dura prova l’economia del Paese e a causa del fallimento della “Sparkasse” (Cassa di Risparmio) del Liechtenstein, che azzerò le riserve del locale Ministero del Tesoro2.  La signora Theda Halem, frequentatrice assidua della galleria AM, quasi tutti i giorni, nel giro delle sue commissioni, passava a salutare Maddalena.  Le piaceva, le era piaciuta dal primo momento.  Si sedeva stanca su una delle poltrone della galleria e ricordava per la sua giovane amica; lo faceva senza arroganza e senza umiltà, immobile e sussurrante, come qualcuno che non teme nessuno. «Quando arrivai a Vaduz, avevo otto anni, era il 1937 e qui, dove oggi vi è la zona pedonale, vi era solo una strada polverosa. Dove oggi c’è il museo, c’era un campo pieno di mucche e pecore. Quando i miei genitori si trasferirono qui da Berlino, io non sapevo bene del perché stessimo lasciando la Germania: eravamo sì ebrei, ma non pregavamo, non andavamo mai in sinagoga e abbiamo pagato un prezzo molto alto per qualcosa che non eravamo. Siamo divenuti ebrei da quando siamo arrivati qui, sono stati gli altri a ricordarci il nostro status». Ridacchiava.  «La prima volta che a scuola gli altri bambini mi chiesero se fossi ebrea, risposi convinta: “No”».  Girava lenta il suo caffè. «Per mia madre è stato più difficile che per noi. Mi ricordo che, quando io e mia sorella eravamo già a letto, la sentivo lamentarsi fino arrivare a imprecare contro la gente di Vaduz, contro l’arretratezza delle donne. Mio padre le ricordava la fortuna che aveva avuto e lei restava in silenzio, poi iniziava a piangere. Li sentivo abbracciarsi e baciarsi. Mia madre ha insegnato francese fino al 1970 al liceo di Vaduz e dalla fine del conflitto fino alla sua morte è tornata», Theda quando si trattava di Berlino usava, anche nel suo caso, questo verbo, «nella sua amata Berlino solo cinque volte. L’ultima volta nel 1998, alcuni mesi prima della sua morte. L’ho vista davvero felice nella sua città. Guardava il cielo, era un maggio molto caldo». Cambiando in modo veloce l’espressione del viso, sgranava gli occhi, come chi dice qualcosa di nefando. «Noi abbiamo pagato per poter restare qui. Tutti pagavano per poter venire fin qui: si pagava in anticipo. Pagavi e poi venivi. Molti non sono mai arrivati, ma era una delle poche vie di fuga. Gli ebrei sono stati da subito odiati, non per la religione, ma per la loro apertura e per la loro modernità, ritenuti elementi pericolosi. La nostra famiglia ce l’ha fatta e sarà sempre molto grata alla principessa Elsa von Gutman, la moglie del principe Franz I»3. Theda preferiva non parlare del principe Franz Josef II e aveva le sue ragioni.

«Elsa prima di andarsene fece approvare la legge sul segreto bancario. Era chiaro che non si fidava troppo del nipote, ma non aveva altra scelta. Con la salita al trono di Franz Josef forse sapeva, in modo lungimirante, che i tedeschi avrebbero lasciato in pace il suo Paese. L’ironia del caso però ha fatto sì che questa legge non sia servita a proteggere gli ebrei, ma abbia reso questo Stato criminale»4. «Conosci Jürgen Tanner? E Albert Nawar?».  E Maddalena lo chiese tanto per chiedere, perché era giovane e appassionata di storie, perché era, nonostante tutto quello che si diceva di lei, ciarliera poiché trovava divertente l’accento di Theda nel parlare l’italiano. Si alzò repentina dalla sua poltrona. «Non è una bella storia e non voglio raccontartela. Albert meritava gli inferi più neri, ma è morto in modo miserabile e ridicolo e questo mi basta. Di Jürgen non so bene da dove iniziare. Conoscevo molto bene la mamma, la signora Evi Tanner, perché è stata per venticinque anni la nostra donna di servizio. Io e le mie sorelle eravamo ragazzine, quando Jürgen era solo un bambino, un bambino senza dubbio sveglio. Di tutto quello che si dice di lui, dei suoi processi, dei suoi legami so ben poco. Posso solo dirti che i genitori erano persone molto oneste. Del resto, non so nulla e forse non mi va tanto neanche di parlarne».
 
 
   
 

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