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Massimo Bertarelli
Mi chiamo Ugo

Mi chiamo Ugo
SINOSSI

Ugo Marini, ingegnere sessantaduenne, caduto in disgrazia per colpa di un socio disonesto e dell'accanimento del destino nei suoi confronti, è diventato un clochard e vive a Monza da quindici anni. Rispetto a tanti nelle sue condizioni, però, ha sempre mantenuto i contatti con il mondo circostante grazie alla passione per la lettura e l'onomastica. Una notte, mentre sta dormendo sotto il portico dell'Arengario, qualcuno gli getta contro una molotov. Se la cava con poche bruciature alle mani e, appena esce dall'ospedale, viene portato in commissariato dove scopre di non essere stato l'unico senzatetto ad avere avuto problemi del genere. Si accorge della presenza in città di alcuni uomini mutilati e storpi che mendicano ai semafori del centro, tra l'indifferenza generale, e decide di scoprire di più sulla questione. La storia, che prende le mosse da un fatto realmente accaduto, troverà poi risvolti inaspettati per il nostro protagonista.

PRIMO CAPITOLO

Di solito, a tarda sera, si riuniscono in gruppetti schiamazzanti di cinque, sei ragazzi. Stasera, seduti sul bordo della piccola fontana, sono soltanto in due, un ragazzo e una ragazza. I diciotto anni non li superano di sicuro. Mi bastano pochi minuti per rendermi conto che lui, da come parla, gesticola e la guarda, è vittima di una bella cotta. Che lei gradisca la corte non ho dubbi, ma a quell’età è risaputo che le femmine sono più mature dei maschi. Con il suo atteggiamento gli sta dando l’illusione che sarà stato lui a conquistarla, mentre ciò avverrà se e quando sarà lei a deciderlo. Le loro chiacchiere mi tengono compagnia mentre sto compiendo quei gesti che, ormai, fanno parte di un consolidato rituale. Mi sto preparando per andare a dormire. Per prima cosa allargo un paio di cartoni e li stendo con cura nel mio angolino preferito. Ne apro un altro paio e li appoggio momentaneamente contro una parete, saranno la mia coperta. Subito dopo stacco da un gancio che spunta dal muro lo zainetto che contiene il sacco a pelo. Lo srotolo, poi posiziono il cuscino che mi ha regalato Simone, l’ambulante del mercato che vende stoffe e tendaggi per la casa. Dallo zaino tiro fuori anche una bottiglietta d’acqua, il suo posto è vicino al cuscino. Ho finito, osservo soddisfatto il risultato di tanto lavoro e non ho niente di cui lamentarmi. Una volta sdraiato avrò intorno, e sotto di me, pietre e mattoni del tredicesimo secolo e il mio sguardo si perderà sulle travi a vista che attraversano il soffitto all’interno del portico dell’Arengario. Anche se è difficile crederlo, almeno per un aspetto della mia attuale esistenza mi sento un privilegiato: tutte le sere ho la possibilità di scegliere, per dormire, un posto diverso. Mi capita spesso di provare angolini nuovi, posti confortevoli per uno come me ce ne sono in quantità, ma l’Hotel Arengario rimane il mio preferito. A Monza non siamo in tanti a vivere in queste condizioni e, a parte quelli che sfruttano con regolarità i ricoveri della Caritas, gli altri prediligono le architetture più moderne: basta fare un salto nella vicina piazza Cambiaghi, sotto i portici del nuovissimo palazzo che ospita una sede operativa della Provincia. Credo che si sentano più a loro agio circondati da cemento e vetrate; io, al contrario, ho più feeling con i muri che trasudano storia. Il sottile tira e molla amoroso dei due ragazzi prosegue, adesso si sono messi a fantasticare sul loro futuro. La scuola, gli esami di maturità, la scelta dell’università, il domani della loro vita. Mi piace ascoltarli, finalmente due giovani con la testa sulle spalle; ci sono sere che, a sentire certi discorsi fatti dai loro coetanei, mi viene voglia di raccogliere le mie poche cose e andare da un’altra parte. Loro pensano al futuro, io non più; da quindici anni, quando il destino, o forse un progetto divino, me l’ha cancellato. Da allora vivo alla giornata, mi addormento ogni sera per terra e, se dopo qualche ora riapro gli occhi, è perché mi è andata bene. Mi stanno regalando un altro giorno da vivere. Dei due è lui il più calato nella parte, mi fa tenerezza, non ho dubbi che ci tenga davvero alla ragazza. Lei continua a fare la furbetta, ma le piace la situazione, eccome. Mi distraggo per un attimo guardando la sequenza delle travi antiche, e non catturo l’aggancio che inizia a farli cantare. Sento lui che accenna una canzone, è anche intonato e canticchia: «Più ti guardo e più mi meraviglio, e più ti lascio fare, che ti guardo e anche se mi sbaglio, almeno sbaglio bene, il futuro è tutto da vedere, tu lo vedi prima...». Lei lo zittisce con un dito poggiato sulle labbra, sorride e gli prende una mano cantando: «Le donne lo sanno, c’è poco da fare, c’è solo da mettersi in pari col cuore, lo sanno da sempre, lo sanno comunque per prime...». Accidenti, che bei testi, non ho idea di chi siano, ma se li conoscono così bene a memoria devono essere di un cantante famoso. E dai, su, baciatevi, ma che aspettate? E invece rimangono a guardarsi negli occhi. A me gli occhi cominciano a chiudersi. M’infilo nel sacco a pelo, stendo i cartoni sopra fino a coprirmi anche la testa. Poco alla volta le chiacchiere diventano brusio, i passi sul selciato della piazza mi ricordano il suono di una batteria al ritmo lento di un vecchio blues, le pulsazioni e il respiro si adeguano e non mi sforzo più di tenere gli occhi aperti. Non mi capita spesso e allora me la godo fino in fondo; è bello addormentarsi in compagnia di una sana gioventù, un ricordo musicale e con il cuore caldo. Non so se stavo sognando, e se anche fosse non saprei dire cosa. Invece ricordo bene un diverso tipo di caldo, prepotente. Il calore del fuoco mi ha brutalmente risvegliato nel cuore della notte. Qualcuno mi ha gettato contro una molotov. Mi chiamo Ugo, ho sessantadue anni, sono uno dei pochi barboni, o clochard, o senzatetto, o senza fissa dimora storici di Monza. Adesso vi racconto tutto ciò che il destino mi ha regalato, dopo aver riaperto gli occhi dentro un letto d’ospedale.

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