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Giorgia Spurio
Gli Occhi Degli Orologi

Gli Occhi Degli Orologi
SINOSSI

Anno 2048. Dopo Le Nuove Crociate contro il terrorismo e l’immigrazione, gli Orologi sono diventati il dio del Tempo, lo strumento di controllo dei Governi. Gli alberi cadono come polvere d’argento a causa della contaminazione dall’amianto e dalle scorie radioattive, il buco dell’ozono si è ingigantito sempre più, la terra è prosciugata. Per le strade non si vedono bambini ma emarginati, gli adolescenti si bucano, le persone sono diventate degli automi e chi si libera sparisce come i desaparecidos, il peccato di essere diventa punibile. In questo mondo post apocalittico Julienne non vuole arrendersi alla desolazione. Lotta contro se stessa per dimenticare la propria famiglia e soprattutto suo padre ridotto dalla Grande Guerra a un alieno, e rivuole la sua infanzia felice. Un pensiero su tutti la ossessiona: diventare madre tramite la clinica Le Monde, all'apparenza un motel per appuntamenti, dove incontra Frèd. Il suo desiderio è la ricerca di un riscatto in una vita in bilico tra desolazione e speranza.

Tra flashback del passato e narrazione presente, il miraggio di una via di fuga rappresentata dalle «lucciole verdi» che lampeggiano all’orizzonte, il romanzo distopico di Giorgia Spurio regala momenti di commozione e pura poesia, attraverso una scrittura evocativa e potente

PRIMO CAPITOLO

Bianco. È il colore che mi viene in mente, appena mi sveglio, e poi il rosso. Forse perché desidero rotolarmi nella neve come quando ero bambina. Ma è solo un ricordo. La neve non cade da tempo. La neve è solo uno dei tanti documenti archiviati, e noi non possiamo più domandarci, né ribellarci. L’aria è nera, per quanto la tingano di azzurro così che possa confondersi con un cielo fittizio. Oramai il nostro pianeta è morto da tempo, tuttavia continuiamo ad aggrapparci ai ricordi e alla speranza di una salvezza. Nessuno vuole parlarne, ma l’inferno è da tempo in superficie.

Viviamo in un continuo mutamento fisico, e probabilmente anche psichico, ma non possiamo sprecarci in ragionamenti intricati, altrimenti perderemmo la testa. Così continuiamo la nostra vita, la nostra sopravvivenza, lungo i vagoni della metro. Non si chiama così da molto tempo. C’è chi la chiama Il Grande Treno, altri la definiscono La Nave della Terra. Forse il troppo inquinamento

ci ha rincretiniti, a tal punto che preferiamo inventare storie e credere di vivere ogni giorno in una

specie di allucinazione. Ogni mattino non sappiamo, o fingiamo di non sapere, il ruolo da abbinare al nostro abito, non conosciamo il personaggio che interpreteremo, perché alla fine tutti noi speriamo di non avere quel destino e di non essere lo sfortunato di turno. La scenografia ci fa strada,

ma non sai mai se la sceneggiatura della tua esistenza è scritta da te o da qualcun altro. Un tempo si parlava di Dio. Oggi è censurato anche Lui. Il ticchettio. Mi accompagna ogni istante. Ci pervade

ogni attimo. Nasciamo che già conosciamo ogni spasimo di quel tempo avido e avaro. Ma loro sono dappertutto. Ci controllano. Ci osservano. Ci sedano. Ci anestetizzano. Ci braccano. Ma non possiamo fare altro che far finta di niente. Deglutire l’amaro è l’unica azione

concessa. Gli orologi sono ovunque. Grandi, come enormi occhi, ci scrutano. Girano le lancette, ogni secondo. Sono appesi alle grandi torri, a ogni angolo delle strade. Ci guardano.

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