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Angela Colapinto
Il Detestiario

Il Detestiario
SINOSSI

Margherita Solani non è sempre stata così, Margherita Solani ha avuto un buon maestro e, come spesso capita ad alcuni allievi, lo ha superato.

Questo romanzo parla di lei, della sua formazione e del viaggio che compie dall'incontro che le cambia la vita. Mentre è seduta al bancone di un pub a bere, ubriaca, le si siede accanto un ragazzo che nient'altro vuole che una notte di divertimento in compagnia di una bella ragazza. Gregorio le offre un gin lemon e paga quelli da lei consumati, Margherita si addormenta in auto per risvegliarsi nella sua camera da letto, completamente vestita. Saranno tinte scure quelle che accompagneranno da qui in poi l'evolversi del loro rapporto.

PRIMO CAPITOLO

1

 

Duecentoquaranta secondi.

Servono poco più di quattro minuti perché la temperatura di una cella frigorifera arrivi a meno diciotto gradi centigradi. Il tempo che Gregorio avrebbe impiegato dalla sala dei comandi a raggiungere la porta per aprirla e farci uscire. Era solo un gioco, studiato però in ogni minimo dettaglio.

Meno duecentoventotto.

Era iniziato il conto alla rovescia che da duecentoquaranta mi avrebbe condotto fino a zero. Se fossi stata brava a gestire le emozioni mi sarei lentamente abbandonata al congelamento e avrei lasciato che il mio corpo si scuotesse in tremori fino a indurirsi, facendo scivolare via l'ultimo alito di vita. Invece mi ero piazzata al centro, in piedi, muovevo gli arti nel tentativo di tenere caldi i muscoli e osservavo i numeri passare.

Meno centonovanta.

Da dentro a quella cella nessuno poteva sentirmi e non avrei mai trovato il modo di uscire. L'avevamo costruita insieme e avevamo prestato attenzione a non lasciare alcuna possibilità di fuga. Evitai pertanto di sprecare la mia voce, non che mi servisse nel luogo che presto avrei raggiunto, ma avevo bisogno di restare lucida e troppo rumore avrebbe creato soltanto altra inutile confusione.

Meno centosessantadue.

Non ero sola in quella cella, insieme a me c'era Ada. Mi stava sfondando i timpani. Avrei voluto metterle le mani al collo e strozzarla, forse avrebbe smesso di gridare il suo nome: G-r-e-g-o-r-i-o. Quelle lettere rimbalzavano sulle pareti insonorizzate finendo per colpirmi. Desideravo urlare: non verrà, è così che deve finire. Rassegnati.

Meno centodiciassette.

Avrebbe dovuto sentirsi onorata di morire al mio fianco. Ero io a essere stata offesa e abbandonata eppure le stavo ugualmente concedendo la possibilità di abitare la mia stessa fine. Rendere più veloce la sua avrebbe diminuito le sofferenze di entrambe, ma mi avrebbe risparmiato anche il gusto di osservarla contorcersi con le guance rigate dalle lacrime sullo stesso suolo che avrebbe accolto anche me. E poi mi facevano già male le dita intorpidite dal freddo. Non sarei stata in grado di stringere abbastanza da ucciderla, per cui decisi di risparmiarmi quella fatica.

Meno novantasei.

Lo immaginavo seduto sulla poltrona nella sala dei comandi a osservarci con una birra fresca in mano. Finalmente era di nuovo il mio Gregorio, il ragazzo spietato dal cuore inscalfibile. Ora che io e Ada eravamo alla pari, il risentimento si era fatto ancora più acuto. Non abbiamo niente di speciale, Greg, nessuna delle due.

Meno sessanta.

Per un attimo avevo pensato che avrei persino potuto salvarla. Sembrava un gamberetto: pallida e attorcigliata in posizione fetale. La sua pelle era passata dal rosa, al bianco, al bluastro. I suoi occhi si stavano spegnendo, non era più tanto bella. Trovai che la morte avesse qualcosa di prezioso: riduce tutto all'essenziale.

Meno quaranta.

Ma Gregorio aveva deciso che non poteva perdere Ada. A quell’essere inferiore avrebbe riservato il privilegio di abitare il nostro mondo, al suo fianco.

Vidi la porta aprirsi e lui gettarsi su di lei nel tentativo di scaldarla. Quel varco inaspettato mi rivelò la soluzione. Attraversai quell’occasione e la chiusi alle mie spalle, come se fosse l’ultimo punto di un lungo elenco di istruzioni da seguire. Avevo ribaltato le sorti, non mi restava che aspettare.

Ecco Greg, adesso sì che starete insieme per sempre.

Meno dieci.

Sono fuori.

 

La sera in cui lo conobbi avevo più gin tonic in corpo che spiccioli nel portafoglio. Mi ero seduta al bancone del pub poco dopo l’apertura ed ero stata attenta a non mangiare assolutamente nulla. Nemmeno le patatine versate nelle ciotole per chi, come me, non aveva intenzione di ordinare la cena. Volevo che tutto quel liquido scorresse giù fino allo stomaco, andando a riempire un vuoto che chiamavo fame. Conoscevo il barman dai tempi dell’università, sapevo che mi sarebbe bastato promettergli di uscire a cena con lui per aggiudicarmi un trattamento di favore. Non fu infinito. Al quinto drink mi disse chiaramente che da lì in poi avrei pagato. Spilorcio, valere cinque gin tonic non è certo un gran riconoscimento. Ero già stesa, cosa che non mi fece preoccupare più di tanto di come avrei pagato quelli che avrei ordinato da lì alla fine. Il lavoro part-time che facevo non bastava nemmeno a coprire le spese della casa. Casa: una stanza in affitto in un appartamento condiviso con altre quattro ragazze. Molto carino però, un gioiellino l’avrebbe definito mia zia. Un trilocale in pieno centro storico, ristrutturato da un architetto con uno spiccato gusto per i colori vivaci e un evidente daltonismo. Venivo da una relazione durata sei anni, di cui due di convivenza. Finché c’era stato Marco non avevo avuto bisogno di pensare a nulla, e quei pochi soldi che guadagnavo al mese erano stati sufficienti per farmi vivere bene. La casa in cui abitavamo era sua, talmente sua che quando decise di lasciarmi, dovetti fare le valigie e cercare un posto in cui stare. Di tornare dalla zia non se ne parlava e così ricontattai vecchie compagne di corso e mi misi a far visita a una serie di stanze che avevano selezionato appositamente per me. Fu la prima a colpirmi. E lì tornai dopo una serie di valutazioni che comprendevano costi, estetica, coinquilini e ascensore. Non sono una da scale, mai mosso un muscolo che non fosse necessario far lavorare. Un po’ più cara di quelle scartate; pensai che senza fatica il mio capo mi avrebbe passato a tempo pieno, e dato che non avevo più nessuno che mi mantenesse e con cui passare i pomeriggi, raddoppiare lo stipendio mi avrebbe regalato il tenore di vita adeguato. Non fu così e presto mi ritrovai immersa nei debiti. Dovevo assolutamente trovare un secondo lavoro che mi aiutasse a far fronte alle spese ma prima di ogni altra cosa, dovevo sfondarmi di alcol.

Fu così che conobbi Gregorio.

Avevo la fronte appoggiata sul bancone, indecisa se andare in bagno a vomitare o continuare a giocare con la macchia di unto che lasciavo sull'acciaio, disegnandoci lettere a caso, per passare il tempo e ingannare l’attesa. Avevo anche pensato di fingere di stare peggio di quanto già non stessi, per muovere un po’ di compassione e togliermi dalla sgradevole condizione di non aver di che saldare ciò che avevo consumato. Poi ero rimasta lì: immobile. Mi sentivo a mio agio in questa immobilità, se non fosse stato che lo sgabello troppo alto sul quale ero seduta stava iniziando a farmi formicolare le gambe. Feci per mettermi in piedi: girava tutto e non fu facile risalire sul trespolo. Fu allora che un ragazzo mi si sedette accanto.

«Ehi, ehi, ehi, fa attenzione bionda che poi a Scrigno tocca pagarti i danni».

«E chi cazzo è Scrigno?»

«Buonasera, piacere mio, mi chiamo Gregorio».

«Io non lo so come mi chiamo».

«Immagino… cosa disegni?»

«Niente» e avevo passato il palmo sul grasso per evitare che si rendesse conto di quale fosse l’ignobile passatempo al quale mi ero dedicata.

«Sei sola?»

«Incominciamo».

«Era una domanda. Provo con un’altra: vuoi ridisegnare i miei tatuaggi?» e mentre pronunciava questa frase si scoprì le braccia, mostrando delle figure orribili.

Era pieno. Dal polso al gomito non c’era un centimetro di pelle che fosse stato lasciato libero.

«No, grazie, non sono gran che».

«Vuoi da bere?»

Lo fissai. Tirò fuori il portafoglio e mi provocò: «Se mi prometti di non finire in coma etilico ci facciamo un altro giro, e pago io quello che hai ordinato fino a ora».

«Tutto?»

«Sì, tutto».

«E cosa vuoi in cambio?»

«Un po’ di compagnia».

Sì, certo, un po’ di compagnia, la compagnia che si chiama sesso facile con una che non saprebbe nemmeno riconoscere la tua faccia il giorno dopo.

«Ci sto» risposi, e Gregorio ordinò il sesto gin lemon.

Specifiche

Esiste una versione Ebook?

si

Prezzo Ebook

6,99

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