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A.&V.Enelyn
In A Legend Disclosure

In A Legend Disclosure
SINOSSI

E se una semplice leggenda stravolgesse il tuo futuro?     

Cresciamo educati e abituati ad una realtà poco piacevole con princìpi ben precisi, dove sogni e fantasia, col tempo, diventano sacrificabili. 

Ma se fossimo noi a reprimere ciò che è realmente il nostro animo?  Se una forza straordinaria si nascondesse dentro ognuno di noi, in attesa di essere scoperta, usata... o sfruttata? 

Josephine Seawater si ritiene una ragazza forte. I suoi amici, zia Lely e un carattere diffidente: ciò che si ritrova ad avere dalla morte di sua madre.

Ma quando la sua realtà verrà inondata da bugie e le sue debolezze riemergeranno dagli abissi del passato, la sua vita vacillerà.

Chi le starà vicino? A chi si aggrapperà stavolta?

Occhi travolgenti e mari in tempesta popolano i suoi sogni.  Mancanze, ostacoli e sentimenti metteranno a dura prova le sue scelte.

Invasa da problemi futili e da un padre, partito per lavoro, che si ripresenta nella sua vita, portando con sé un'assurda rivelazione, è del tutto ignara di come la sua vita cambierà da un incontro che lei ritiene casuale, demolendo tutto ciò in cui crede. E capirà che incubi e strane coincidenze sono solo l'inizio.   

E se questi sogni potessero diventare realtà?

 

 

PRIMO CAPITOLO

∞ PROLOGO ∞

Non pensavo di raggiungere una pace ed una completezza così totale ed evidente.

Sono felice. È come un sogno: vorresti non svegliarti mai più. Sai che lì, in quel posto idilliaco, nulla può nuocerti.

Vuoi fare qualcosa? Falla.

Vuoi tirarti indietro? Fallo.

Nessuno ti obbliga a fare ciò che non vuoi nonostante molti ci provino.

Vuoi qualcosa? Lotta per ottenerla. Nella vita niente è dovuto, è tutto da guadagnare.

Fa’ tutto ciò che desideri, di’ tutto ciò che vuoi. Dillo adesso, fallo ora.

Non rimandare. Potrebbe non esserci un domani.

Nella vita si impara.

Cresciamo nella sofferenza. Per ogni cosa che patiamo e superiamo, una parte di noi si trasforma.

Cresciamo negli sbagli, siamo consapevoli dei nostri errori tanto quanto che farli sarebbe stato indispensabile. Dalla morte di mia madre io ho imparato molte cose, forse anche troppe. Non sono più me stessa.

Siamo umani, siamo fatti così, e per certi versi non possiamo cambiare.

Innamorati.

Vivi.

Combatti.

Io l'ho fatto

 

CAPITOLO 1 ∞ LA FESTA ∞ 

L’oceano.

Lo avevo mai visto?

No, non credo.

E perché?

Non lo ricordo.

Il blu intenso dell’acqua limpida mi tiene con gli occhi incollati davanti a me. La sabbia fresca mi solletica i piedi nudi e una leggera brezza mi accarezza il viso, facendo fluttuare i miei capelli. L’odore dell’acqua salata e la salsedine avvertono le mie narici che, forse, non dovrei stare qui. Ma non riesco a distogliere lo sguardo, non riesco a lasciare questo posto. Distendo entrambe le gambe, allungo le dita dei piedi, bramando il contatto con l’acqua fresca, ma qualcosa accade. Qualcosa priva, sicuramente, di ogni logica. Il mare inizia ad emettere una lieve luce fioca, inizia quasi a brillare. Come se, a contatto con la mia pelle, mi avesse riconosciuta. Sgrano gli occhi, ma non ho il tempo di alzarmi che un'ondata mi travolge. Mi sembra davvero di nuotare. Rimango stupita mentre, intenta a trattenere il fiato e a dimenarmi in un oceano in cui non mi sono immersa, il mio cuore inizia a battere all’impazzata. Vago con gli occhi in cerca di una soluzione, ripeto freneticamente alla mia mente di non essere improvvisamente impazzita. Percepisco l’aria esaurirsi nei miei polmoni e dopo un paio di minuti mi accorgo di non aver affatto bisogno di trattenere il fiato. È come se tutto fosse ossigeno puro. Allora mi rilasso. L’acqua mi prende con sé, facendomi sentire al sicuro. Non sento la consistenza del mio corpo né la differenza di temperatura, non sento più nulla se non la pace assoluta. Mi lascio trasportare dalle onde in un mondo che non è il mio.



Apro gli occhi, inspirando sommessamente, come se avessi davvero cercato di trattenere l’aria e adesso stessi agognando disperatamente.

Guardo la piccola radiosveglia sul comodino ed espiro lentamente. È ora di alzarmi, il mio riposino pomeridiano è durato fin troppo a lungo. Non sono mai stata in ansia come adesso. Me la sto facendo sotto per questi dannati ultimi esami che mi trascineranno via dalla mia quotidianità. I miei amici, i miei professori — la cosa più vicina ad una famiglia che ho e che tanto amo — mi saluteranno. Chi ha già scelto la facoltà universitaria, chi ha già iniziato a lavorare nell'azienda del padre e chi, come la mia migliore amica Samantha, ha amici di famiglia molto importanti che la convinceranno ad andarsene da questa piccola cittadina sperduta. Exeter, con i suoi centomila abitanti o giù di lì, e tanto verde, è la città più anonima del Regno Unito. Beh, almeno per me.

E io? Cosa farò io? Sbuffo, alzandomi dal letto.

Mia madre — Dio solo sa quanto mi manca — mi diceva sempre che ero destinata a qualcosa di unico, dovevo solo trovare la mia strada.  

Non era d’accordo con me sul fatto che fossi una ragazza semplice, un maschiaccio, come dice sempre la zia Ashley, che però non osa mai giudicarmi. Di tanto in tanto si limita a sbeffeggiare sul mio abbigliamento:   

«Sei troppo appariscente. Non te lo puoi proprio permettere per il fisico che hai, Josie!»   Ma so che mi prende in giro ogni santa volta che lo dice, e lo fa proprio spesso.   

In realtà non sono mai appariscente con i miei jeans, maglietta e scarpe da ginnastica. A scuola vesto sempre così, semplicemente perché con il mio metro e sessantotto e tanti amici maschi mi sento più a mio agio.   Anche se, come tutte le ragazze, in vista di qualche ricorrenza particolare pure io mi concedo di indossare un vestito un po’ più “femminile” rispetto al mio solito scialbo modo di vestire. E allora la zia mi guarda per qualche secondo con quel sorrisino e mi dice: «Wow, Josie! Sai essere anche tu una diciassettenne alla moda! Sei uno schianto!» 

«Diciotto, Lely, e smettila, altrimenti lo vado a togliere!» rispondo io.   

È sempre la stessa storia.   

Poi ci guardiamo e scoppiamo a ridere come due scolarette.   

In fin dei conti, io e zia Ashley, o Lely, come la chiamo sempre, abbiamo solo dieci anni di differenza. Siamo cresciute insieme e da quando mamma non c'è più e papà è partito per lavoro — o meglio, si è trasferito in Florida — vivo con lei e Sissy, il nostro barboncino.  Lei lavora in biblioteca perché a suo detto: «I libri sono tutto!»   

Bleah! Mi bastano quelli che prendo ogni giorno per studiare. A parte questo piccolo particolare, non mi lamento per niente. È uno spasso!   

Il mio cellulare di ultima generazione — ultimo regalo tappabuchi di papà — inizia a vibrare, interrompendo i miei pensieri.   

«Dimmi.» esordisco con aria innocente.   

«Oh, su, Josie… non fare finta di niente!» esclama la mia migliore amica, stizzita.   

«Sam ti prego, non voglio venire alla festa, devo studiare. Abbiamo l’ultimo esame tra una settimana. Come fai ad essere così tranquilla?»  Non la capisco proprio. Solo lei è capace di prenderla così alla leggera. Persino Wayne e Nick, i miei amici, che rischiavano di non essere ammessi, si sono rinchiusi in casa per quasi tutto il mese. Lei è spensierata! Ma come fa?   

«Non essere stupida! Abbiamo studiato tutto l'anno e abbiamo degli ottimi voti, ergo possiamo permetterci di andare alla festa di fine anno. E poi ci saranno tutti!» 

Già, ha ragione, ma io non riesco proprio a divertirmi adesso. Vorrei solo chiudermi nella mia stanza, sdraiarmi sul letto per ascoltare musica e rimuginare sulla mia esistenza, ma non posso dirle questo.   

«Sì, lo so, ma non mi piacciono questi tipi di feste, lo sai.» ribatto, incastrando il cellulare tra l’orecchio e la spalla per prendere in mano il libro «Ci saranno troppe ragazze che si credono reginette e non mi va proprio di vederle mentre si atteggiano in quel modo da so tu …»   

Mi interrompe bruscamente come solo lei sa fare, facendomi alzare gli occhi al cielo esasperata:   

«Sì, sì, certo, lo so. Ti passo a prendere con Nick e Wayne alle otto.» mi blocco «Indossa quella gonna che hai comprato l'altro ieri con il top bianco di Lely. Starai benissimo. Ah, metti delle scarpe alte! Ti voglio bene, ciao.» Interrompe la chiamata senza darmi il tempo di ribattere.   

Ma sul serio?   

Vorrei richiamarla, ma la conosco fin troppo bene. Mi verrebbe a prendere lo stesso e si coalizzerebbe con Lely e gli altri.   

Quindi, sbuffando, mi rassegno e decido di andare a fare un bel bagno caldo, gettando il telefono sul letto sfatto.   

Ripensandoci bene, vivere con Samantha?   

No, non me lo immagino proprio. La conosco da tantissimo tempo; eravamo molto piccole e senza volerlo siamo diventate inseparabili.   

Sam è l'unica amica con cui mi confido, quella che sa quasi tutto di me. “Quasi” perché secondo me è sempre bene tralasciare qualcosa, non si sa mai.   Tutti gli altri amici che ho sono ragazzi. Non so perché, ma sono sempre andata d'accordo più col sesso opposto.   

Ovviamente, Sam e Lely non smettono mai di coalizzarsi contro di me nel tentativo di convincermi che è ora di innamorarmi. 

Non lo voglio nemmeno sentire.

La parola “innamorarsi” nel mio vocabolario non esiste, non se ne parla proprio. Gli amici mi vanno anche bene, ma un fidanzato non lo digerirei!   Eppure non sono sempre stata così… fredda.   

Non so di preciso quale avvenimento particolarmente tragico della mia vita mi abbia cambiato; se la morte improvvisa di mia madre o il trasferimento “temporaneo” di mio padre subito dopo, o semplicemente tutti questi avvenimenti misti ad altre cose successe durante la mia adolescenza.   

Sta di fatto che oggi sono questa. Devo convivere con il passato e pensare al presente, soprattutto a questa dannata scuola che mi sta uccidendo.   

Bussano alla porta, interrompendo per la seconda volta in un'ora il mio cervello in subbuglio.   

«Josie, ti ho lasciato il top bianco sul letto. Sammy mi ha detto che ti serviva. Sono contenta che alla fine hai deciso di andare alla festa.» dice Lely attraverso la porta con una strana allegria nella voce.   

Ecco, come volevasi dimostrare.   

«Lo sapevo che vi eravate alleate, di nuovo. Comunque grazie.» rispondo.   

«Non c'è di che, tesoro. Io vado al lavoro. Mandami una foto, poi. A più tardi e sta’ attenta.» raccomanda, lasciando trapelare il tono materno che non mostra quasi mai. 

«Come sempre. A più tardi.»   

Un bel bagno rilassante mi ci vuole proprio. Come da abitudine, lego i capelli in una crocchia disordinata, mi immergo nell'acqua calda e chiudo gli occhi, beandomi del dolce tepore.   

Fin da piccola ho sempre amato l'acqua, ma i miei genitori non mi hanno mai portata in spiaggia. Credo fosse per la mia allergia all’acqua del mare. Già! La fortuna mi perseguita. 

Ricordo che quando ero piccola i miei avevano paura anche a lasciarmi un minuto di troppo a mollo nella vasca, mentre giocavo con i mulinelli. Poi hanno capito che non mi succedeva nulla e hanno lasciato perdere.   Credo siano questi ricordi a mantenere una piccola parte di me legata a mio padre. Lui ha perso mia madre, l’amore epico della sua vita, lo capisco, lo accetto. Tre anni fa vedevo ciò che accadeva con gli occhi innocenti di una ragazzina cresciuta troppo in fretta a causa di una perdita eccessivamente grande da sopportare. Questa bambina in cambio ha ottenuto l’abbandono di suo padre e, ad oggi, mi rendo conto che l’unica cosa che accomuna me e lui è il dolore per la morte della persona più importante della nostra vita.  

Ed è proprio in ricordo di quella ragazzina che faccio un mulinello con le dita, divertendomi come quando avevo cinque anni. Lo facevo sempre con mia madre ed è diventato una sorta di rito alla fine di ogni bagno caldo.   

Mi concentro sull’acqua calda, intenta a vorticare al centro della vasca, con la mente ancora aggrappata alla memoria di lei come non accadeva da tempo.   

Era l’unica persona di cui mi fidavo completamente.   

Condizionata dal fatto che sto per arrivare alla fine di un percorso importante che avrei dovuto affrontare con il suo aiuto o forse solo per il senso di mancanza, mentre guardo assorta l'acqua calda vorticare mi accorgo che stavolta il mulinello pian piano si ingrandisce, via via sempre di più.   

Improvvisamente l'acqua inizia a vibrare e a muoversi.   

Mi guardo intorno con occhi titubanti e ancora un po’ sconvolti, ma non ho paura, o almeno non più. Mi sento calma e rilassata, come se questo fosse il mio posto da sempre.   

Chiudo gli occhi, beandomi dell’ondata di pace che il momento mi regala.   

Sento Sissy abbaiare e, non appena li riapro, sono di nuovo nel bagno di casa, come se non fosse successo nulla. Mi viene subito in mente il sogno di poco prima. Questa stupida scuola non fa altro che stressarmi!
La mia immaginazione ha persino stravolto un’intera stanza. Per un attimo nella mia mente balena l’idea che, forse, tutto ciò che ho visto era reale, ma scuoto immediatamente la testa come per affermare l’assurdità della mia ipotesi.

Forse Sam ha ragione: uscire mi farà bene.

Esco dalla vasca da bagno, mi asciugo e metto la biancheria intima. Mi avvicino allo specchio, passando una mano sopra per il troppo vapore. Caspita, questo bagno mi ha fatto proprio bene! Le occhiaie degli ultimi giorni sono sparite e le guance hanno acquisito un colorito naturale, mi sento rinata. Metto un po' di eyeliner, mascara per definire i miei occhi e una tonalità molto chiara di rossetto che prendo dal campionario di zia Lely.

Vado nella mia stanza e di sfuggita guardo l'orologio. Merda! Quanto tempo sono stata dentro la vasca? Due ore? Devo essermi addormentata… e questo spiegherebbe molte cose.

Oddio, sono quasi le otto! Saranno qui a breve e io devo ancora vestirmi e acconciare i capelli! Mi fiondo di nuovo in bagno e cerco di finire di prepararmi il più in fretta possibile. Ad occhi esterni potrei anche sembrare una pazza uscita dal manicomio, ma so per certo che, se entro l'orario stabilito non sarò pronta, la mia migliore amica mi farà uscire in qualsiasi modo. Per la gioia di tutti, quindici minuti dopo sono in macchina con Sam, Wayne e Nick. Mi sono messa in tiro e se ne sono accorti anche i ragazzi.

Il loro apprezzamento è stato esplicito quando sono uscita dalla porta di casa: «Vedi? Che ti dicevo?

Quando vuole, sa essere davvero sexy!» come suo solito Sam non si trattiene mai.  

Cosa avrò poi di tanto sexy, penso, guardandomi meglio.   

Beh, in realtà non mi vedono spesso fuori dai miei jeans. Indosso solo un top bianco in pizzo e una gonna colorata, in effetti un po' corta, che mette in risalto le mie gambe. I tacchi abbinati, pur essendo alti, sono stranamente comodi.   

«Stai molto bene anche tu. Questo vestito è perfetto per te, si abbina al colore dei tuoi occhi.» le dico con mezzo sorriso. Ed è vero, è alta quanto me e sta benissimo con quei lunghi capelli dorati e meches castano chiaro. Le incorniciano meravigliosamente il viso, lasciando intravedere quei suoi occhi di un azzurro intenso, profondi.   

Si intonano perfettamente al vestito blu senza spalline, aderente ma senza risultare volgare.   

Ha un corpo mozzafiato e lo mette in risalto sicuramente più di quanto possa fare io con il mio. Sembra uscita da un cartone animato Disney!   

Io invece, con i miei capelli castani lunghi fino alla vita e gli occhi castano chiaro, sembro la solita ragazza della porta accanto di cui Lely legge sempre nei suoi libri; quelle timide, innocenti, che incontrano un ragazzo a diciotto anni, se ne innamorano, cambiano, si sposano e vivono felici e contenti. Sì! Se non fosse per la mia sicurezza e il mio carattere tutt'altro che timido, sarei uguale a loro.   

«Grazie!» risponde euforica, con un sorriso da un orecchio all'altro.   

«Già, avevi proprio ragione, Sam. Complimenti, sei favolosa, Seawater!» esclama Nick.   

Gli lancio un'occhiataccia. Non sopporto quando mi chiamano per cognome, sembra la marca di una qualche linea di cosmetici naturali. Lui lo capisce e mi fa quel suo sorrisino compiaciuto che mi innervosisce tanto. Wayne mi guarda soltanto e sorride, immettendosi nel traffico del sabato sera.   

La solita festa di fine anno è proprio come me l'aspettavo: palloncini sparsi ovunque, musica e tantissima gente che si scatena in pista. Già mi pento di essermi fatta convincere. Come immaginavo, tante ragazze che giocano a fare le reginette...   

Oddio! Ma come sono vestite?! 

 «Ehi, guarda un po' chi c'è!» strilla una voce alle mie spalle. So già chi è senza girarmi, ma lo faccio lo stesso per gentilezza.   

«Ciao, Mary, come stai? Mi aspettavo di vederti, mi chiedevo solo con chi fossi, se con Peter, Jack o forse con Nathan?» le regalo un grande, falsissimo sorriso.   

Marianne è una nostra compagna di classe, così come anche gli altri tre che ho nominato. Niente di personale con lei, ma da quando ha fatto il doppio gioco con Wayne non le ho più dato retta; soprattutto se bisbigliava il mio nome in cerca di aiuto per il compito di matematica. Inoltre, non ha mai digerito il fatto che le dico quello che penso senza giri di parole, al contrario suo.   

«Ma dai, Josie, non posso credere che sei ancora arrabbiata con me! Posso capire Wayne e gli ho già chiesto scusa, ma il tuo atteggiamento proprio no.» la sua espressione diventa compiaciuta «Se non ti conoscessi, direi che sei gelosa, ma lo sappiamo tutti che per te esisti soltanto tu.» ecco i suoi giri di parole.   

«Mary...» respiro a fondo per evitare di dire qualcosa che non vorrei «non ho proprio voglia di discutere con te. Sono venuta qui per divertirmi, e francamente quello che dici non mi tocca minimamente. Quindi se non ti dispiace, ci si vede in giro.» Concludo, facendole l’occhiolino e lanciandole un sorriso.                             

Lei, insoddisfatta, gira sui tacchi e scompare tra la folla.   Dopo esserci scatenate in pista, io e Sam ci avviamo stanche e sudate al tavolo dove sono seduti Wayne e Nick. Entrambi sembrano non accorgersi della nostra presenza, intenti nella loro discussione sulla trigonometria che il professor Michaelson ha fatto studiare loro per recuperare il voto basso. 

Non ci bado e mi lascio cadere sulla sedia per riposare i miei poveri piedi. A quanto pare, le scarpe comode mi hanno abbandonata da un pezzo.   

Prendo un bicchiere d'acqua e lo bevo tutto d'un fiato, lo riempio di nuovo e lo poso sul tavolo mentre mi ritorna in mente quello che è successo oggi nella vasca, convincendomi che questi esami mi stanno facendo impazzire.   

In un attimo, un ragazzo decisamente ubriaco perde l'equilibrio e ci arriva addosso. Il bicchiere, insieme al tavolo e a tutto quello che c’era sopra, finiscono rumorosamente a terra. L'acqua che poco prima lo riempiva, però è rimasta in aria, fluttuante, compatta come gelatina trasparente, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato.   

 

Specifiche

Esiste una versione Ebook?

si

Prezzo Ebook

2.99

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