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Martino Ziosi
Nonostante tutto

Nonostante tutto
SINOSSI

Persiceto, piccolo paese perso nelle campagne a nord di Bologna, primi anni 2000. Due giovani dalle esistenze diverse e lontane si impigliano in una storia impossibile. Nicola è un ragazzo fragile, al limite dell'autismo, che la vita ha lacerato con violenza e durezza, rendendolo diffidente e impenetrabile. Vive solo con la madre, con cui condivide un dolore immenso che innaffia di benzina ogni angolo della loro quotidianità. Veronica è una brava ragazza che vuole fare la stronza. Ricchissima di famiglia, ha sempre avuto la pappa pronta. Sta con un ragazzo che non ama, detesta i suoi genitori che però le mancano, odia il suo lavoro ma non vuole impegnarsi in nulla di veramente gravoso o vincolante. I due si incontrano per caso, mentre le loro strade sdrucciolevoli cedono e si sfasciano ad ogni bivio. Fra tanti personaggi che sfiorano a turno il loro andare avanti, la loro storia si intreccia e si snoda nel tempo, accompagnandoli fino all'età adulta, quando la vita non ha più voglia di aspettarti e quando forse è troppo tardi per chiedere permesso.

PRIMO CAPITOLO

Quando aprì gli occhi capì, nonostante tutto, che il mondo gli stava crollando addosso. La guardava rapito, incapace di staccarsi da lei, mentre intorno a sé immagini sfuocate prendevano rapidamente forma. Non ricordò più nulla di quei momenti per tutto il resto della sua vita. Non un rumore, non una parola, non un volto che non riconducessero a lei, alla donna che tanti anni prima gli aveva lacerato l’anima e ora, come un angelo bellissimo e crudele, tornava dal buio dei ricordi per prendersi tutto.

 

 

 

Nicola si ripeté per l’ennesima volta che, nonostante tutto, avrebbe dovuto cercare di stare tranquillo. La sua tesina era ormai pronta da un paio di mesi, e solo quel pomeriggio l’aveva riguardata sei volte. “Il progresso dell’essere umano nella società”. Da un lato tutto gli pareva in ordine, come doveva essere: paragrafi esaustivi e sintetici, argomenti chiari e ben legati tra loro, presentazione a computer curata e accattivante. Tutto al posto giusto, tutto fluido, tutto quasi perfetto. Già, quasi… Perché a guardar bene dall’altro lato tutto gli sembrava così incompleto. Che se magari avesse avuto a disposizione una settimana di tempo in più sarebbe senz’altro riuscito a scegliere con più cura i passi di “Rosso Malpelo” da citare nella sezione d’italiano su Verga; che forse la parte di francese su Zola era un po’ troppo superficiale, e la conclusione con arte e Degas era proprio tirata via... Che in realtà il capitolo di latino su Lucrezio non era affatto eccezionale come la prof aveva più volte ripetuto, e che forse iniziare con biologia e le teorie predarwiniane rendeva la presentazione pesante e monotona fin dalle prime battute.

Appoggiò la schiena alla spalliera reclinabile della sedia, lasciandosi oscillare. Si strofinò il volto con le mani, a scacciare quel lieve senso di torpore che lo catturava ogni sera, quando dalla finestra osservava il rosso del tramonto sbiadire, per lasciare spazio al verde scuro della notte che nasce. Prese a camminare su e giù per la stanza, agitando freneticamente le mani, quasi a sciacquarsi di dosso la tensione e la stanchezza. Non avrebbe retto, lo sapeva. E la cosa buffa è che lo sapeva da sempre, il nostro Nicola... Vedi, lui... Eh già, come faccio a farti capire chi è Nicola... È proprio una cosa difficile, e la cosa buffa è che lo sapevo, lo sapevo da sempre che avrei fatto una gran fatica a scrivere di lui. Verrebbe da pensare che forse non valga la pena di raccontare una storia con un personaggio così contorto. Forse è vero, ma nella sua durezza e nella sua complessità, Nicola aveva qualcosa di particolare, come una luce, una sfumatura velata negli occhi che mi ha sempre colpito, fin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati. È per quella luce che nasce tutto questo, per quella piccola fiammella che palpita sotto la brace di un falò che va spegnendosi e che non fa che ripetere “sono qui, ci sono ancora, sono viva”. Se ti accorgi di lei hai ancora l’occasione di ricominciare tutto, di ridarle vita e vigore. Ma se la ignori tutto finisce per sempre. E Nicola e la sua storia non potevano finire.

All’epoca dei fatti doveva dare la maturità, e questo bene o male lo avrai già capito. Avrai pure capito che era un po’ sull’agitato, che era lì che rifletteva e studiava, e rifletteva di nuovo su quello che aveva studiato. E dentro la testa gli rimbalzava come una palla il pensiero che tanto lo sapeva da sempre, che non ce l’avrebbe fatta a superare quel momento. E in realtà non è che lo sapeva davvero, ma non faceva che ripeterselo. E alla fine se n’era convinto.

Nicola era un ragazzo che se lo definiamo “strano” non gli facciamo nessun torto. Dicevamo che era alle prese con l’esame di maturità, ma non abbiamo detto nient’altro, tipo che stava frequentando il liceo linguistico “Italo Calvino” di San Giovanni in Persiceto, provincia di Bologna. Bassa Padana, tanto bassa.

Nicola era ansioso. Perennemente ansioso. Il classico tipo che non rischia mai, che non muove un passo se non ha controllato almeno un paio di volte che il terreno sia ben saldo sotto i piedi. Di quelli che “chi s’accontenta gode!”, perché se poi punti tutto sul cavallo sbagliato non ti rialzi più. La sua vita era così, costantemente condizionata dalla paura di rimanere scottato. Ovunque. Lo vedevi caracollare per i corridoi della scuola nel quarto d’ora d’intervallo, da solo, rasente al muro, con le mani in tasca e mezza faccia celata dal risvolto del maglioncino a collo alto. Quasi a proteggersi. Oppure lo notavi nella stessa posizione alla fermata della corriera, in piedi, appoggiato ad un palo o a un albero a qualche metro dalla panchina. Lontano dalle persone. Se ti fosse capitato di prendere la corriera con lui, lo avresti visto salire e dirigersi senza guardare nessuno verso il centro del veicolo, verso quei posti che non sono di nessuno, troppo poco in fondo per i pischelli riottosi che facevano casino e marinavano la scuola, già troppo in fondo per gli studenti modello che approfittavano di quella mezzora di corriera per l’ennesimo ripasso. Si sarebbe seduto vicino al finestrino e avrebbe sistemato la borsa e la giacca nel sedile accanto, in modo da scoraggiare gli altri passeggeri a sedersi di fianco a lui. Avresti potuto incontrarlo mentre correva nel parco, o mentre filava veloce in bicicletta per le strade di campagna nei dintorni di Persiceto poco prima del tramonto, quando cioè l’ora di cena richiama gli ultimi sportivi alle loro case. O ancora in piscina, mentre sistemava le sue ciabatte al margine della vasca, lontano da tutte le altre, e cercava con lo sguardo la corsia meno affollata. Avresti potuto incontrarlo spesso, ma sicuramente non l’avresti notato. Perché Nicola avrebbe fatto di tutto per non farsi notare, per cercare d’ingannare il mondo e scomparire.

Nicola non parlava mai se non era interpellato, e quando lo faceva era come se la bocca proprio non ci fosse abituata, o se il fiato dai polmoni non arrivasse con la dovuta forza alle corde vocali. Parlava piano, Nicola, e il più delle volte, a metà frase, pareva realizzasse l’inutilità del suo gesto. Era come se capisse che a nessuno importava alcunché di ciò che stava cercando di dire. Allora farfugliava due o tre parole incomprensibili, che sbiadivano inesorabilmente in sussurri. Poi stringeva le palpebre, e lo sguardo si adombrava; il capo si reclinava lievemente verso il basso e la bocca si arricciava in quello che aveva tutta l’aria di essere un sorriso amaro, un gesto di resa, un “ok, ci ho provato, ma è andata male...”.

Nonostante tutto, nessuno credeva che Nicola fosse pazzo, schizzato, autistico. Alle ragazze sembrava più che altro molto timido, per i ragazzi era solo un tipo strano, insignificante, buono da prendere in giro solo per noia, non perché ve ne fosse un motivo specifico. Gli adulti erano bravissimi a racchiuderlo all’interno di catalogazioni sociali dai significati misteriosi, e a guardarlo con occhi carichi di finto affetto e commiserazione.

Un tipo strano insomma. Strano però, mica stupido... Nicola si accorgeva di tutto, e sapeva quello che la gente pensava e sussurrava su di lui. Perché d’accordo, il mondo pareva non volesse parlare con lui, non volesse ascoltarlo, non volesse accoglierlo. Lui allora aveva imparato a fare a meno delle parole, a decifrare i piccoli gesti e gli sguardi delle persone. Nicola osservava, ascoltava, percepiva. E capiva una persona dal suo modo di sorridere o da come salutava. Identificava una bugia dall’intonazione della voce, o da uno scatto impulsivo della mano. Era in grado di stimare la felicità delle persone dalla luce nascosta nei loro occhi, dalla vitalità che scaturisce da un “Buongiorno!”, dal modo svogliato di rispondere al telefono. Faceva attenzione ai particolari, ed era in grado di ricordarsi a distanza di anni il colore di una maglia, o la presenza o meno del tacco in una scarpa. Ricordava persino il suono di quel tacco. Si accorgeva delle occhiate che i suoi coetanei gli lanciavano ogni volta che camminava per i corridoi della scuola, dei mormorii delle ragazze e dei falsi sorrisi pieni di compatimento degli adulti. Nicola si accorgeva di tutto, ma non reagiva. Esattamente come quella gente si aspettava da lui. Non sentiva nemmeno la rabbia montargli dentro, il risentimento bruciargli la gola. C’aveva fatto il callo, ed era diventato impermeabile.

D’altra parte ci sono cose che non si possono cambiare. Nicola aveva preso atto del rifiuto del mondo nei suoi confronti e aveva agito di conseguenza. Era come un vecchio malato che siede su una sedia sgangherata, appollaiato su di un balcone con la ringhiera arrugginita, e guarda gli eventi scorrere sotto di sé, distanti e indifferenti alla sua presenza. Immaginava le vite degli altri, fantasticando sui loro discorsi, sui loro impegni. Sul colore delle loro auto, la grandezza del loro giardino, la vivacità della loro ipotetica figlia dalle trecce bionde e le lentiggini. E si ritrovava spesso ad immaginarsi come uno di loro, come uno normale, come uno che si sveglia presto alla mattina per andare in ufficio, con un bell'impermeabile grigio e la ventiquattrore, con una bella moglie e una bella casa, che di domenica si reca dai propri genitori per il pranzo e sorride ogni volta che la mamma gli chiede quando ha intenzione di farla diventare nonna... Ci pensava per un poco e si scopriva a sorridere. Poi le palpebre scacciavano via tutto, e Nicola si ritrovava da solo, lontano dai pensieri della gente e dai discorsi che gli altri fanno sugli altri. E capiva che per lui la vita era starsene in disparte ad osservare il mondo vivere.

In quei momenti realizzava il peso delle cose, la grandezza delle difficoltà e la profondità delle sue paure, e la sua impotenza dinnanzi ad esse. Prendeva a respirare con più concitazione, come fosse in affanno, e lasciava che l'ansia sfondasse le sue difese e come acqua ghiacciata riempisse gli anfratti della sua mente. Smetteva di ragionare. Di colpo non era più in grado di concentrarsi, di pensare razionalmente. Le immagini prendevano a correre da sole, senza controllo. Voci, suoni, volti. Tutto si alternava freneticamente. Era come se si accendesse all'improvviso una piccola cinepresa, nascosta da qualche parte nella scatola cranica. Una volta partita la pellicola, istantanee nitide e precise nella loro sottile e mirata crudeltà prendevano a colpirlo nell'anima, scalfendola ogni volta più a fondo. Nicola si vedeva soccombere sotto il peso della vita, tra i ghigni esultanti di tutte le sue paure. E in quei momenti, come in un brutto sogno, il passato riaffiorava, trafiggendolo ogni volta con lo stesso identico dolore. E allora c'era solo il buio, il buio freddo dei ricordi che fanno male.

Nicola stava per rivivere quella maledetta scena anche quella sera. Stringeva i pugni, e il viso era contorto in una smorfia di dolore. Prese a respirare velocemente, e gelide gocce di sudore gli rigarono infami la schiena. Cercò di concentrarsi, di scacciarla via, di farsi del male in modo da portare la sua mente lontano da lì. Ma sentì appena le unghie penetrare la carne del palmo della mano, graffiandolo solo leggermente.

E allora cedette, per l'ennesima volta. Il rumore della vecchia cinepresa nascosta nella testa si fece più intenso, e le immagini riemersero vivide da un mare di nebbia.

Siamo in una cucina coi mobiletti di seconda mano ma dignitosa, in un appartamento modesto ma di carattere. Cucina e soggiorno fanno parte dello stesso ambiente, creando una sorta di L all’angolo retto della quale s’inerpica al secondo piano una scala a chiocciola rossa in ferro battuto, vecchia e rumorosa. Ai fornelli c’è una bella signora. Signora... Potremmo dire ragazza, avrà forse trent’anni, e se sono di più li porta davvero bene. Sta cucinando qualcosa, ma in realtà si capisce che la cucina non è proprio il suo forte, e infatti si è appena tagliata con il coltello mentre affettava la cipolla. Succede... Alle sue spalle, seduto ad un piccolo tavolo di disimpegno, c’è un bambino. È Nicola, e lo avrai già capito. Ha quanto, cinque, sei anni al massimo, ora non ricordo; ha i capelli biondissimi e lo sguardo vispo. Non fa che guardare il suo orologio blu con le bandiere degli stati europei sul quadrante, al posto dei numeri. Eh già, c’è stato un tempo in cui l’Unione Europea era composta da dodici stati... È un orologio bellissimo, glielo ha regalato la sua pediatra, la dada Vittoria, che a Nicola ci teneva proprio tanto. Negli anni a venire ci pensava spesso a quell’orologio così speciale, e a come diavolo aveva fatto a perderlo... Ad ogni modo, questo purtroppo non c’entra; sarebbe meglio per tutti, specie per Nicola, se il dramma racchiuso nella scena che andiamo a raccontare fosse solo la perdita di un orologio. Il piccolo, dicevamo, non fa che sbirciare l’ora; è lì che aspetta qualcosa. Dopo poco la porta dell’ingresso si apre, ed entra in casa un bel ragazzo, oddio, un ometto fatto e finito in realtà. Si chiama Daniele e forse non lo sai, ma è il fratello di Nicola. Non lo sa nemmeno la mamma in realtà se è davvero suo fratello, ma poco importa. O forse importa tanto, ma né Daniele né Nicola se lo sono mai chiesto. Il piccolo si alza di scatto dalla sedia su cui era abbarbicato, gli corre incontro ridendo, e gli salta al collo. Il fratellone se lo stringe forte al petto, poi lo solleva in alto, facendolo roteare nell'aria. Nicola non riesce a smettere di ridere, mentre Daniele se lo coccola e gli fa il solletico sui fianchi e sulla pancia... Sembra proprio un bel quadretto di famiglia felice, no? Dirai tu, che ci sarà mai di così terribile in questo ricordo tanto da angosciare il Nicola ragazzo, costretto a conficcarsi le unghie nel palmo delle mani pur di avere un appiglio che gli conduca la mente lontano da lì. E in effetti “fin qui tutto bene”, diceva una canzone di qualche anno fa. Ma poi… Poi succede qualcosa, qualcosa che rompe l'armonia e la gioia di quegli attimi. Una cosa che non ti aspetti e che però noti subito per quanto è scomposta e fuori luogo. Hai presente quando nel bel mezzo di un assolo di chitarra classica si rompe una corda? Beh magari non lo hai presente, ma è proprio tipo quella roba lì. Tutto è talmente bello che se chiudi gli occhi quasi dormi, cullato come sei dalle note calde che riverberano nel legno della cassa armonica. E poi dal niente un rumore secco e acido, come un palloncino che scoppia. Tac! Il chitarrista si ferma un secondo, perché lui se lo aspettava meno di tutti, ed ha perso il filo. Gli ci vuole quell’attimo per riprendersi, e a te quell’attimo per capire che cosa è successo. Ma è già troppo tardi. È già successo. E tu, il direttore d’orchestra, la maschera in sala, il tecnico luci, il chitarrista, tutti... Anzi nessuno, nessuno ha potuto farci niente. Nel ricordo di Nicola la corda che si spezza è una voce, una voce grassa e impastata che ha appena lanciato un grido sconnesso che ha rimbombato nella tromba delle scale del condominio. Un grido che sembra un lamento, come di un animale ferito. E forse lo è, in un certo qual modo. Daniele e sua madre si guardano negli occhi, e secondo me capiscono tutto. Ma è troppo tardi, è già successo. Tac!

 In quel momento sentì bussare alla porta, e riuscì finalmente ad aprire gli occhi. Fu come svegliarsi di colpo da un incubo. Piano piano le ombre e i contorni della stanza presero a formarsi, mentre la luce del presente cercava d'imporsi. L'immagine di Daniele era ancora lì, davanti ai suoi occhi, ma sentiva che cominciava a svanire. Da dietro la porta sentì la voce di sua madre arrivargli come se fosse lontanissima. Sbatté le palpebre un paio di volte, e sentì i muscoli e i tendini dell'avambraccio rilassarsi, come se si risvegliassero da un lungo letargo e dovessero riabituarsi alla vita. Il respiro si fece via via regolare, e vampate di calore tanto improvvise quanto provvidenziali lo cullarono dolcemente verso la tanto bramata quiete. Sentì sua madre bussare di nuovo.

- Nicola? -

La porta si aprì piano, e il viso gentile di una bella signora di mezza età fece capolino.

- Pensavo dormissi. Non mi hai sentito? -

Nicola non rispose. Si limitò a guardarla, sperando che anche lei fosse brava come lui a capire le persone dalla luce nei loro occhi. Lei rimase lì sulla porta, indecisa, aspettando una risposta. Poi gli sorrise. Assomigliava a Daniele in modo impressionante. Aveva gli stessi occhi azzurri, lo stesso profilo, lo stesso colore di capelli. Erano identici anche nel modo di sorridere, e nella capacità di emozionarlo. Sua madre lo fissò ancora un poco, con quel suo sguardo profondo pieno di calore. Per Nicola era come ossigeno dopo un'apnea durata troppo. Avrebbe desiderato imbeversi all'infinito di tutto quell'affetto, di tutto il bene che sua madre era in grado di trasmettergli con quei gesti così semplici eppure così grandi. Solo con lei si sentiva davvero al sicuro. Era sempre stato così. E da sempre con lei si sentiva tremendamente in debito. Per non essere in grado di dimostrale pienamente quello che provava nei suoi confronti, per essere incapace di sorriderle allo stesso modo. Per tutto quello che lei aveva sempre fatto per lui, per tutto quello a cui aveva rinunciato, per tutto quello che aveva perso. E per quel gesto estremo con cui gli aveva salvato la vita.

La donna, Mara, entrò nella stanza. Nicola captò immediatamente il suo profumo prima ancora che lei gli fosse vicino. Era lo stesso di sempre. Lo riconosceva anche da bambino. Era simile a quello delle altre mamme, ma celava sfumature nascoste che lo colpivano e lo coglievano di sorpresa ogni volta. Ed erano baci e carezze sulle guance. Erano la voglia di non cadere negli abissi delle paure del mondo. Erano acqua fresca dopo una lunga corsa, la discesa dopo la salita. Se c'è un Paradiso o qualche cosa di simile dopo la morte, nell'aria non può che aleggiare questo profumo, pensava Nicola. Era la prima cosa di cui aveva nostalgia non appena gli accadeva di assentarsi da casa qualche giorno. Tant'è che prima di partire per ogni gita scolastica o per ogni vacanza studio, s'intrufolava nella stanza da letto di sua madre, apriva il cassetto della biancheria e prendeva uno dei suoi fazzoletti di stoffa. Poi lo nascondeva in valigia, tra tutti i suoi vestiti, sperando che mantenesse il suo profumo fino alla fine del viaggio. Mentre era via lo portava sempre con sé, ma si concedeva il lusso di annusarlo pochissime volte, per paura che il profumo dopo un po' svanisse. Come se il fazzoletto fosse un bicchiere colmo d'acqua, e il suo naso una bocca assetata, che anelava quell'acqua a tal punto da berne poco alla volta per paura di rimanere senza.

La donna gli appoggiò una mano sulla spalla e rimase in silenzio qualche istante, studiando la scrivania di Nicola, cercando di decifrare la scrittura fitta e intricata dei suoi appunti.

- Non ti senti pronto? -

- No - riuscì a rispondere il ragazzo.

- Se vuoi possiamo ripetere un po' insieme, ti va? -

- No, tanto non cambia niente... - e lo disse con un tono carico di rassegnazione, che la madre non faticò a riconoscere. D'altronde c'era abituata, lui faceva sempre così, te l’ho detto.

- D'accordo, come preferisci. Se cambi idea io ti ascolto volentieri, va bene? - e si voltò a guardarlo negli occhi, con le labbra socchiuse a disegnare l'accenno di un sorriso. Lui avrebbe voluto saltarle al collo, come faceva da bambino con Daniele in quell'immagine che gli roteava in testa nei momenti sbagliati. Avrebbe voluto stringerla forte, avrebbe voluto piangere tra i suoi capelli, e cancellare ogni tratto offuscato e confuso che macchiava le loro vite. Avrebbe voluto sorriderle, conoscere le parole giuste per ringraziarla e per raccontarle il bene che le voleva. Ma tutto quello che fu in grado di fare fu di abbassare lo sguardo, mormorando qualcosa d'incomprensibile. La madre deglutì delusa e sconfortata. Si chinò e lo baciò in fronte. Poi gli passò la mano tra i capelli e fece per uscire dalla stanza. Quando stava per chiudere la porta, Nicola la guardò. Lei era voltata, con i capelli curati che le scivolavano sulle spalle e le nascondevano il viso. Ma lui non aveva bisogno di vederla in faccia per sapere che stava piangendo. Lo capiva, lo sapeva, lo sentiva. Ma non era in grado di farci niente. Non era mai stato in grado di farci niente.

- Buonanotte. Non fare tardi, che domani devi essere riposato. E vedrai che andrà tutto bene. - disse la donna sfregandosi il naso con un fazzoletto di carta. Cercò di celarsi dietro ad un...

- Dannata allergia... - che Nicola sapeva bene essere una bugia. Era la sua scusa, il suo lasciapassare, la sua maschera. Un modo per cercare di ingannare il mondo, o di ingannare sé stessa, chi lo sa. Un nascondiglio per lei e per lui che giustificasse agli altri, e anche a sé stessa, i suoi perenni occhi rossi e la voce incerta, tremula, sul punto di rompersi in singhiozzi da un momento all'altro. Nicola ormai lo sapeva, ma si ripeteva sempre che in fin dei conti era meglio per tutti credere che fosse allergia.

- È la stagione...- buttò lì il ragazzo.

- Come hai detto? - fece la madre un po' interdetta.

- L'allergia dico... La stagione... I pollini. Nell'aria... quando... se tira vento... caldo... la polvere... -

Le sue parole sfumarono via piano piano, lasciando un silenzio crudo aleggiare nella luce opaca della stanza, illuminata dalla lampada da ufficio posta sulla scrivania di Nicola.

- Già, - disse la donna, forse più a sé stessa che al figlio, - è la stagione...-

Mara chiuse la porta e si affrettò lungo il corridoio. Raggiunse la sua stanza e si lasciò cadere sul letto, sprofondando la testa sul cuscino e cedendo a quelle lacrime silenziose che le facevano compagnia ormai da molti anni.

Era una donna di mezza età, con lo sguardo affaticato dalla vita; era stata felice un tempo, era stata bella, bellissima, era stata parte di qualcosa di perfetto, di sensato, di sano. Poi tutto era svanito, come le foglie sugli alberi quando arriva l’inverno; a piccoli passi la vita le aveva tolto tutto ciò che di buono Mara si era faticosamente costruita negli anni.

Suo padre, che di professione aveva fatto il meccanico e si era sporcato le mani per tutta la vita, voleva che la figlia studiasse. Di sicuro il liceo, e magari pure l’università. Luciano Cantelli avrebbe voluto che Mara diventasse una di quelle donne istruite come se ne cominciavano a vedere in giro, verso la metà degli anni ’70, tra band inglesi che si scioglievano e altre, sempre inglesi, che nascevano. Tra chitarristi e artisti che morivano a ventisette anni, quasi fosse una moda, e presidenti americani che si dimettevano per scandali strani dai nomi impronunciabili.

L’avrebbe vista bene nelle vesti di avvocato, lei così scontrosa e dalla parlantina spigliata, dalla risposta sempre pronta e dallo stesso sguardo severo di sua moglie Elvira. Luciano Cantelli ci provò a spingere la figlia in quella direzione. “Non ce ne sono a Persiceto degli avvocati, hai il terreno spianato.”

Ci aveva provato, ma Mara, pur brillante e intuitiva, non voleva farlo l’avvocato. Così dopo il diploma si iscrisse alla scuola di Polizia; non indossò mai la toga, ma una divisa sì, per qualche anno.

Cominciò nella Mobile, di pattuglia fuori dallo stadio a controllare l’ordine pubblico; poi passò alla Ferroviaria, dove conobbe Guido, impiegato delle Ferrovie dello Stato, giovane e scanzonato, che passava più tempo a gestire richiami verbali che a controllare i biglietti dei passeggeri.

Era stato lui ad avvicinarsi a lei una mattina di primavera, di quelle che a volte regala Bologna all’improvviso, quando si trucca talmente bene da sembrare incantevole.

Un sole chiaro scaldava il cielo, e da lontano giungevano in città profumi di prati verdi, di boschi fioriti, di estate alle porte. Mara aveva appena staccato dal turno del mattino e si stava incamminando al Piazzale Est, dove aveva parcheggiato la bicicletta. Giunta alle rastrelliere, si era chinata per aprire il lucchetto che la chiudeva e sbadatamente aveva fatto cadere la pistola di ordinanza.

- Dovrebbe stare un po’ più attenta agente... Credo che sulla scatola di questo aggeggio ci sia scritto “maneggiare con cura”...- aveva detto la voce dell’uomo giovane, bello ed evidentemente sicuro di sé che le stava porgendo l’arma, dopo averla raccolta da terra.

- Eh... Grazie... mi dev’essere scivolata...- aveva farfugliato Mara allungando la mano per riceverla.

- Scommetto che non l’ha mai usata, anche se immagino sia la tiratrice migliore dell’esercito...- aveva incalzato l’uomo con aria canzonatoria, sfoggiando un sorriso altezzoso ma terribilmente sensuale.

- Non sono un Carabiniere... Loro fanno il militare, io sono una poliziotta. Come ti chiami? - aveva risposto Mara decisa mentre strappava di mano la pistola al ragazzo.

- Io sono Guido... E tu hai un nome o devo chiamarti poliziotta ogni giorno di qui in avanti?

- Mi puoi chiamare Agente Scelto Cantelli, Polizia Ferroviaria. Ora se non ti dispiace...-

- Agli ordini comandante... Ci vediamo domani... È stato un piacere!

Il loro fu un amore mai veramente sbocciato, a guardarlo a posteriori; fu l’entusiasmo passionale di due adulti ancora ragazzi che non avevano imparato a conoscersi a dovere.

Era stato una specie di inesorabile declino che dalla spensieratezza li aveva condotti alla tragedia; e per Mara e ciò che restava della sua famiglia pareva impossibile lasciarsi alle spalle un dolore così acuto.

Era come essere imbrigliati ad un convoglio impazzito che rotola veloce giù per una scarpata. E tu non puoi fare niente per fermarlo. Certo, puoi frenarne la corsa, puoi inventarti tanti piccoli paracadute che catturino un po' dell'aria che sta attorno e facciano aumentare la forza d'attrito. Puoi attrezzarti con tanti piccoli freni d'emergenza e uscite di sicurezza. Ma non lo fermerai mai. Non ti salverai, sei destinato a schiantarti, prima o poi. E alla fine ti schianti sempre, tutte le volte, tutte le sere. Facendoti male ogni volta con la stessa intensità.

Ecco allora i paracadute dell'allergia, quello di quella sera che si era tagliata accidentalmente il dorso della mano con un coltello da cucina, quello di quel giorno in cui rientrando a casa con le borse della spesa stracolme era scivolata sulla scala del condominio, e cadendo aveva sbattuto sui gradini di marmo, arrecandosi un taglio sul lato sinistro del cranio, la cui cicatrice era ora celata dai capelli. Il contenuto delle sporte era poi andato in frantumi, e lei si era tagliata il palmo delle mani con i vetri rotti di una bottiglia d'olio. Il naso, invece, se l'era rotto a diciannove anni, cadendo dalla bicicletta. Non era stata la porta di casa spalancata con forza dal suo ex marito, presentatosi a casa sua quattordici anni prima, ubriaco e carico d'odio e violenza, pronto a rovinarle la vita. Non era stata la bottiglia di vodka che l'uomo stringeva in mano a ferirle il volto e le mani. Non era stato niente. Perché non era successo niente, quella sera di tanti anni fa. Era stato solo un brutto sogno. O almeno così si sforzava di credere Mara, mentre continuava a singhiozzare ininterrottamente da quattordici anni a questa parte, addormentandosi ogni sera guardando la foto di suo figlio Daniele, che le sorrideva lontano. Mentre suo figlio Nicola cresceva senza riuscire a superare le sue paure, senza che lei fosse in grado di aiutarlo, perché non c'era nessuno in grado di aiutare lei. Mentre tutto quanto passava via liscio, indifferente alle sue difficoltà e al peso che si portava dentro. A quel macigno che continuava a rotolare, e a trascinarla lontano, ancorata com'era a quei maledetti ricordi...

Mara si avvicina alla porta da cui poco fa è entrato Daniele, che intanto è salito al piano di sopra con Nicola. La donna accosta l'orecchio al legno, rendendosi conto che Guido ormai ha raggiunto il pianerottolo. Fissa la catenella nella serratura, Mara, di modo che la porta non possa aprirsi se non per un sottile spiraglio. Poi fa girare la chiave nella toppa: due volte. Il cilindro rotea, piano e fragoroso, facendo scattare la molla che libera il dente di metallo incastrato nello stipite. La porta si apre. E forse anche questa è una corda di chitarra che si spezza, ma tanto ormai la magia è finita e siamo svegli.

Guido è lì, sull'ultimo scalino della rampa, con un soprabito aperto e macchiato in più punti. La camicia scura e malconcia cade malamente su pantaloni di velluto strappati qua e là. Sembra uno di quei barboni che oscillano tristi tra la Montagnola e la stazione, con gli occhi rossi persi chissà dove, attraversati di tanto in tanto da bagliori di coscienza, che cercano di scacciare via con mani esitanti e passi sbilenchi, alla ricerca di quello che magari è la felicità, ma in realtà non si vede.

«Guido vattene, prima che chiami i Carabinieri. Non puoi venire qui, lo sai.»

L'uomo non risponde. Abbozza un ghigno qualunque un po’ sgangherato, e si avvicina barcollando.

«Ti ho detto di andartene!»

Lui farfuglia qualche confusa parola, che ti voglio solo parlare, dai fammi entrare, io sono cambiato...

«Basta Guido, basta! Non ne posso più, lasciami stare!» dice la donna mentre comincia a singhiozzare. L'uomo intanto è lì, si è fatto più vicino, al punto che possono quasi toccarsi attraverso la fessura. Una fitta zaffata di alcol le percuote le narici, alla povera Mara, mentre l'uomo continua a masticare frasi sconnesse.

«Fammi tornare tesoro, ora sono a posto. Ho capito di aver fatto qualche cazzata, ma non puoi mettermi alla porta così... Io... Io ti amo... Non ti farò più del male, promesso. Io voglio tornare ad essere tuo marito, finché morte non ci separi...»

«Guido, se non te vai subito io...»

«Tu cosa? Chiami tuo padre? Chiami i Carabinieri? Credi forse di spaventarmi? Tu non lo farai, non lo farai mai... E lo sai perché? Perché sei ancora innamorata di me... Quindi apri questa cazzo di porta e fammi entrare in casa mia!» Adesso Guido sbraita, e fa davvero paura.

Mara lo guarda in silenzio per un momento, domandandosi come aveva fatto un ragazzo così dolce e premuroso a diventare un uomo così.

«D'accordo, lo hai voluto tu.» dice la donna, mentre asciugandosi il naso fa per riaccostare la porta. E chissà quante cose sarebbero cambiate se quella maledetta porta fosse riuscita a chiuderla del tutto. Poi magari non sarebbe cambiato niente, non si può mai sapere. Però con il senno del poi sono tutti bravi ad annusare il culo ai meloni, diceva Luciano Cantelli detto Pastura, di cui più avanti si parlerà...

Non si accorge, Mara, del violento calcio con cui l'ex marito colpisce la robusta anta di legno chiaro che avevano scelto insieme tanti anni prima, mandando in frantumi la catenella che la tiene socchiusa. L'uscio a sua volta colpisce Mara con violenza sul naso. Lei sente un dolore atroce, e il caldo denso del sangue che comincia a spargersi sul suo volto. Non riesce nemmeno ad urlare, incastrata com'è in quell'attimo che lo sa, porca miseria come lo sa, sta segnando la sua vita per sempre.

«Tu non chiami proprio nessuno, brutta puttana!» dice urlando Guido, scaraventandosi con veemenza all'interno dell'appartamento e colpendo la donna con la bottiglia che stringe in mano, mandandola in frantumi. La colpisce con forza, scagliando su di lei tutta la rabbia che si tiene repressa da tanti anni. Mara lo guarda per un attimo con occhi supplicanti. Un bagliore li attraversa, come se qualcosa, un pensiero qualunque, le stia passando per la testa in quel momento. Poi fissa il vuoto e perde i sensi.

Guido la osserva indifferente, troppo ubriaco per rendersi conto di quello che ha fatto. La tasta con il piede, come un cacciatore che verifica che la preda sia morta. Poi sputa a terra. Silenzio.

Questo è il momento in cui la corda si è rotta, e dopo un attimo di stupore tutti si chiedono cosa succederà ora. C’è un silenzio assoluto, e gli occhi sono tutti puntati sull’attore principale, l’unico in grado di gestire la situazione. Da lui solo dipende ora l’evolvere di quel momento. E pur bravo che sia, per quanto possa essere veloce a cambiare chitarra, a riprendersi, a riempire di nuovo il silenzio con la musica, quel momento non può cancellarlo. È enorme, è lì, e lo hanno capito tutti, lui ancora più degli altri, che verrà ricordato più quel silenzio che tutte le splendide note che ha suonato per tutta la sera.

Il nostro attore è Guido dunque, che ha appena fracassato la faccia di Mara, la sua ex moglie, l’Agente scelto Mara Cantelli della Polizia Ferroviaria che tanti anni fa ha conosciuto alla stazione. Se ne sta lì fermo, Guido, immobile e ansimante ad osservare il corpo di sua moglie sgraziatamente accasciato al suolo, incapace di provare emozioni. Voltandosi vede lo sguardo ferreo di Daniele, il suo primogenito, una delle due creature che aveva concepito e cresciuto con Mara, che lo osserva esterrefatto dalla scala a chiocciola. E per un breve istante, come la quiete appena prima della tempesta, Guido si sente un verme.

«Brutto bastardo!!» urla Daniele scagliandosi verso il padre, e gettandosi su di lui con tutta la sua collera, la sua furia, il suo impeto, il suo odio. Il piccolo Nicola, spaventato, è uscito dalla stanza in cui Daniele lo ha rinchiuso, e osserva quello che succede al piano di sotto dalla sommità della scala, con le mani sulle sbarre di ferro e la faccia tesa. È piccolo, è vero, ma forse anche lui ha già capito.

Guido e Daniele lottano, urlano, rovesciano mobili, strappano tende, rompono piastrelle. Il tavolo in cucina su cui fino a pochi istanti prima il bambino stava disegnando vola per aria in una nube di fogli, matite e pastelli, in un frusciare di carta, legno e grafite che Nicola ricorda ancora nitidamente. Il padre scivola sulle matite e si aggrappa al bancone della cucina. Daniele approfitta del vantaggio e fa per colpirlo con forza alla nuca, per inibirlo. Questione di secondi. Guido sente sotto i polpastrelli la lama di un coltello, lo stringe con forza, si volta di scatto e lo conficca dritto nel petto del figlio. Gli occhi azzurri del ragazzo si stringono in una smorfia di dolore, la bocca si contorce in un lamento. Il corpo cade scomposto sul pavimento e una grossa chiazza di sangue comincia a spandersi, lenta e inesorabile, confondendosi tra fogli bianchi e matite colorate.

Guido ansima. Si guarda le mani insanguinate tremare ancora. Guarda il corpo del figlio esanime ai suoi piedi. Guarda il coltello ancora conficcato tra le sue costole. Si china su di lui, lo tocca, e sente il suo calore sotto le dita. Comincia a piangere il povero Guido, che non credeva di essere così miserabile fino a pochi istanti prima. Piange forte Guido, come se improvvisamente si rendesse conto di ciò che ha fatto. Ripensa in un barlume di lucidità a quando tanti anni prima aveva portato Daniele a pescare per la prima volta al Laghetto Mingolino, poco lontano da casa, ed erano tornati a casa con talmente tante trote che ne dovettero regalare ad amici e parenti per non farle andare a male. Ripensa a quando gli insegnava ad andare in bicicletta, prima con le rotelle laterali, poi senza. Gli tornano alla mente tutti i sabati mattina, quando lo andava a prendere all'uscita da scuola, e prima di tornare a casa si fermavano al forno a comprare il pane fresco. Ripensa a quando lo aveva portato allo stadio a vedere il Bologna per la prima volta, al bagliore che aveva visto negli occhi di quel bambino a cui voleva così bene. Pensa a tutto questo Guido, e secondo me si chiede come aveva fatto la vita a rovinargli tutto. Se lo chiede profondamente, e nella sua pazzia, Guido sente un singhiozzo provenire dalla scala accanto. E la risposta gli pare ovvia, ovvia come la follia. Improvvisa quanto illuminante, per la sua mente sconvolta e annebbiata dall'alcol. Se n'era quasi dimenticato...

«Nicola?» dice l'uomo con la voce più affabile e finta che riesce a produrre.

«Vieni da papà Nicola...»

L'uomo guarda i due corpi senza vita che giacciono sul pavimento scuro dell'appartamento. Guarda il coltello ancora conficcato nel cuore di Daniele. E gli sembra di capire chiaramente quello che deve fare. Come se fosse tutto scritto da tempo, in realtà.

Ripensa alla sua vita con Mara e Daniele. Qualche screzio ogni tanto, che lui evitava accuratamente di prendere sul serio, limitandosi ad uscire quando Mara cominciava a rompergli i coglioni. Tanto poi le passa, torno a casa, scopiamo e tutto s'aggiusta. I problemi tra lui e sua moglie si erano acuiti circa sei anni prima, quando lei era rimasta incinta. Lui non lo voleva, col lavoro che non andava bene, la casa piccola per quattro persone, e di fare il padre a quarant'anni non ne voglio sapere. Ma lei non aveva voluto abortire. Pareva tenere più a quella cosa che stava crescendo nella sua pancia che a lui, a Guido. Non lo voleva, ma come al solito aveva lasciato correre. Così s'era ritrovato con un marmocchio in più fra i piedi. E non era cambiato proprio niente tra lui e Mara. Anzi, i problemi che avevano prima dell'arrivo di Nicola si erano aggravati dopo la sua nascita. Lui dopo pochi mesi aveva perso il lavoro, per colpa delle troppe birre che beveva di continuo. Poi, non contento dello sfacelo a cui stava costringendo sua moglie e i suoi figli, aveva cercato conforto tra le braccia di un'altra donna, una sanguisuga conosciuta una sera in una bettola di locale in cui maledisse tutta la vita di essere andato. Per non parlare di tutti soldi che buttò a palate nel gioco d'azzardo, convinto che prima o poi le macchinette avrebbero fatto vincere anche lui. Ma le uniche cose che arrivarono furono la confisca dei beni, il pignoramento della sua casa e la separazione dalla moglie, che ottenne l'affidamento dei figli. Tutto era andato a puttane per colpa di quel moccioso con gli occhi azzurri, i capelli biondissimi e il naso all'insù. Lo guarda bene, Guido, come se lo guardasse per la prima volta. E sembra accorgersi che non gli somiglia per niente quel bambino a lui. Ma forse è colpa dell’alcol. Guido guarda ancora una volta il coltello piantato nel petto di Daniele. E si dice che quel pomeriggio avrebbe risolto tutto quanto. Afferra il manico scuro che fuoriesce sbilenco dal corpo del ragazzo ed estrae la lama. Un rumore di organi trafitti e ossa rotte riempie la stanza, mentre dalla finestra aperta sulla strada, rumori di passanti e automobili danno a tutto un inverosimile aspetto di tranquillità.

Guido guarda verso il cielo, chiude gli occhi e prende a singhiozzare.

«Lo vedi Nicola? Non frega un cazzo a nessuno di me. Nessuno mi ha mai regalato un cazzo, un cazzo di niente. Solo merda, tanta merda tutta dritta in faccia» e sputa di nuovo. Fa un passo verso la scala, sulla cui sommità il piccolo continua ad osservare il padre senza capire cosa deve fare, né cosa stia succedendo. Guarda il coltello insanguinato, e trema. Il padre se ne accorge.

«Io... Io lo devo fare, capisci? È così che deve andare, e forse l’ho sempre saputo, che sarebbe finita così...» e continua ad avvicinarsi al bambino, ora intimorito, che indietreggia nella penombra.

«Ora ti ammazzerò, Nicola. È il prezzo che devo pagare per il debito che ho con la vita. Oggi sistemo tutto...»

Guido sale la scala piano, gradino dopo gradino.

«Già, forse è così che doveva andare. Forse...»

Guido si asciuga gli occhi con la manica sporca del sangue di Daniele, inspira profondamente e sale gli ultimi tre scalini che lo separano da Nicola; il bambino spaventato è inerme, immobile, con gli occhi fissi sul padre e sulla morte che si avvicina.

Ormai è a un metro, e un acre odore, tra sangue, sudore e alcol, pervade i sensi di Nicola, incollandosi da qualche parte tra il naso e la gola, per non abbandonarlo mai più.

Il piccolo chiude gli occhi, mentre la lama del coltello si abbassa su di lui come la falce sul fieno, lenta e inesorabile; senza sapere esattamente cosa gli stia per succedere, Nicola è lì che spera soltanto che si tratti di una cosa rapida, che non gli faccia male. Ma in fondo lo sa che non sarà così; non capisce ancora tante cose, ma questo lo sa. E stringe forte i pugni, sentendo le unghiette scalfire la carne delle mani. Per la prima volta.

Qui succedono tante cose, tante cose che Nicola non seppe mai ricordare nitidamente per tutto il resto della sua vita. Si sente un urlo, straziato e lontano, emergere dal buio. Poi uno sparo, secco e cupo, come una persiana sbattuta dal vento. Il rumore dell’acciaio sul pavimento, il corpo di suo padre che rotola a terra, a pochi centimetri da lui, i suoi piedi nudi immersi nel sangue di quel momento infinito.

Sotto, all’inizio della scala, sua madre ha in mano una cosa nera che Nicola non ha mai visto, ma che qualche anno più tardi imparerà essere una pistola. La donna piange, lo guarda supplicante, e sussurra “Scusami Nicola, scusami...”. Poi sviene, esausta. E Nicola resta lì, senza capire nulla, a fare i conti con un silenzio troppo grande per lui. E forse già lo sa, il piccolo Nicola, che non può proprio farci niente. Quel momento è lì, e non può cancellarlo.

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