Abbiamo 103 visitatori e 3 utenti online

Tito Olivato
P.O.W.

P.O.W.
SINOSSI

Guido, sottufficiale dell'esercito italiano, giunge a Massaua dopo un contrasto con il fratello Dario. Tutto sembra procedere nella normalità quotidiana quando, il 10 giugno 1940, Mussolini annuncia la dichiarazione di guerra.

Da questo momento in poi la vita nell'Africa Orientale Italiana (A. O. I.) di Guido e dei venticinquemila militari contro gli inglesi diventa dura, drammatica, al limite della sopportazione. Il momento peggiore e più significativo per gli schieramenti è a Cheren, dove migliaia di britannici continuano a bombardare le postazioni degli italiani superstiti che oppongono una strenua e quanto mai sofferta resistenza.

Dopo molti scontri, anche corpo a corpo, giunge inesorabile la vittoria delle forze anglo-sudanesi. Guido e gli altri vengono deportati nei campi di concentramento prima in Africa e poi in India. Vivono in condizioni disumane, subiscono violenze, patiscono la fame e contraggono il colera che miete numerose vittime. Tutto sembra ormai irrimediabilmente perduto, quando invece l’ultima parola spetta alla vita.

Un romanzo tratto da una storia vera che mette in luce lo sforzo e l'eroismo di molti Italiani nell'A. O. I. in uno degli episodi più drammatici e più dimenticati dai libri scolastici: la battaglia di Cheren e i campi di concentramento inglesi.

PRIMO CAPITOLO

1 2

F l a s h f o r w a r d 

 

 

Guido è morto.

Dopo la messa, nella cappella stracolma di gente, le spoglie vengono portate sulle spalle dai colleghi che si muovono con passo cadenzato all’interno della Ugo Mara, la caserma dove Guido ha prestato servizio dal 1956 e dove ha abitato per sedici anni.

Molti colleghi di Busto Arsizio partecipano al funerale per sincera ammirazione e per rispetto verso un sottufficiale che ha vissuto sempre il senso del dovere fino all’ultimo respiro. Ma anche per stare vicino alla moglie di 44 anni e ai quattro figli rispettivamente di 22, 19, 16 e 10 anni.

È una giornata di lutto, anche il cielo è nero di pece. Il feretro attraversa il viale alberato della caserma, dove i pioppi, in questo giorno di autunno, al suo passaggio sembrano ritti sull’attenti.

Il cagnolino Fox, un bastardino molto legato a Guido, senza mugolare, piange per la scomparsa del suo padrone. Con il pelo lucido nero, ora ancora di più perché bagnato da una fitta pioggerella, è una statua, con la coda bassa tra le zampe, sguardo fisso sulla cassa che punta con il muso. Quasi in presentat’arm.

Fox, che correva veloce come il vento a un solo fischio di Guido, che zigzagava tra le sue gambe facendolo ridere e barcollare, adesso è immobile.

Passato il lungo corteo, china il muso, gira su se stesso e a passo lento si incammina per tornare a cuccia. 

Guido, tabagista decennale, è morto per un tumore ai polmoni che in meno di due mesi lo ha annientato. I medici dicono che è stato fulmineo.

E non poteva essere altrimenti, visto che Guido è sempre stato un bersagliere dal guizzo rapido e inarrestabile.

Quella morte, che più di una volta Guido ha visto negli altri, nei suoi avversari e nei suoi compagni, negli animali, nei suoi amici di battaglia e di prigionia, ora ha bussato alla sua porta, minando rapidamente il corpo come anni prima la sua squadra aveva minato il ponte Mussolini per rallentare l’avanzata inglese.

La morte gli ha dato appuntamento non ancora sessantenne, il 4 ottobre 1972, quasi per chiudere il conto aperto negli anni quaranta con tanti giovani falcidiati durante il combattimento.

Guido è morto sul letto d’ospedale, come è successo al campano Esposito, dopo non poche sofferenze. Ma al contrario dell’amico napoletano, al suo fianco ha avuto l’affetto dei suoi cari, di sua moglie e dei suoi figli.

Da ottimo sottufficiale, ha obbedito alla morte con il suo fiat. Si dirà che non poteva fare altrimenti, ma in realtà ha ceduto suo malgrado e per la seconda volta. La prima, infatti, è stato quando è passato in fila con i suoi compagni prigionieri al cospetto degli inglesi, che hanno riconosciuto loro l’onore delle armi.

Da buon pittore che era, l’ultima frase detta a sua moglie è stata: «Vorrei che questa stanza fosse tutta tappezzata di quadri con il volto dei miei figli».

Medaglia al valor militare, cavaliere della Repubblica, maresciallo maggiore aiutante di battaglia, premiato con la medaglia d’oro per anzianità, ha dato molto al suo paese che ha sempre amato.

Anche quando nel lager ha sentito, dalla radio clandestina, il proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943.

Anche quando Mussolini ha interrotto inspiegabilmente i contatti per un paio di mesi con il viceré dell’Africa Orientale Italiana, duca Amedeo di Savoia-Aosta.

Anche quando la lettera, inviatagli a guerra finita dal caporale Basso, gli ha instillato un dubbio atroce, che lo ha interrogato su quanto veramente i governanti tenessero ai propri militari che combattevano e audacemente resistevano a Cheren contro ogni previsione.

Quanto veramente i governanti tenessero ai militari sfiniti, laceri, decimati in una guerra senza quartiere e poi portati nei campi di concentramento prima in Africa, quindi in India.

Una vita senza umanità, trascorsa soffrendo la fame, la sete, il caldo, il freddo, l’ammasso in baracche sudice e lorde con le guardie anglo-sudanesi, sempre pronte a infliggere violenti pestaggi per vendicarsi della resistenza italiana a Cheren.

Gli inglesi, che hanno trattenuto i prigionieri di guerra oltre ogni tempo ragionevole, che li hanno fatti soffrire, che li hanno torturati, che si sono vendicati in particolar modo con gli ufficiali e i sottufficiali, ora non possono più nulla.

Guido è morto.

E adesso, insieme ai suoi compagni di guerra che lo hanno preceduto, conosce la verità di tante cose.

 

Specifiche

Esiste una versione Ebook?

si

Prezzo Ebook

1,99

Visita il profilo di

Share this product

Lascia un commento

Stai commentando come ospite.